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Al Teatro alla Scala con le infradito

MILANO C’era una volta la Scala in tiro. Quella che richiedeva, come era scritto sui biglietti, «l’abito scuro per le prime rappresentazioni». E che prescriveva «ai signori spettatori» di presentarsi «comunque», ad ogni recita, «in giacca e cravatta». Ora la Scala si limita a chiedere, dice il nuovo regolamento adottato qualche anno fa, «un abbigliamento consono al decoro del teatro», non ammettendo solo gli spettatori «che indossino canottiere o pantaloni corti». La rivoluzione diede i primi segnali a cavallo tra gli anni ’80 e ’90, come racconta a Metro il direttore di sala Achille Gozzi, che, fra le altre, esercita le funzioni di ispettore-capo della buoncostume scaligera. Un tipo inflessibile. Il mese scorso ha accompagnato all’uscita un turista presentatosi in braghe corte. Senonché i tempi lo hanno reso meno inflessibile di una volta. «Oggi», ci dice, «l’80% degli spettatori si veste in modo irregolare, secondo gli antichi codici. Ma entra. Siamo diventati tolleranti...». È una memoria storica.

Come cominciò a cambiare l’abbigliamento degli spettatori?
«Diventai direttore di sala nel ’92, e la trasformazione era già cominciata. Leonardo Mondadori si era presentato a una “prima” con l’husky...era solo un primo indice della modernizzazione dei costumi della Scala. Seguirono mille altri casi, che cambiarono il concetto di decoro e di eleganza. Missoni veniva coi suoi maglioni. Garattini col dolcevita bianco. Marchesi si era fatto fare una specie di smoking che riprendeva la giubba da chef. Che fai? Li mandi via perché non hanno la cravatta? Non parliamo degli stilisti, con le top model al seguito. Ciascuno imponeva la sua regola».

La “prima” di Sant’Ambrogio cambiò pelle e guidò il cambiamento.
«Sì, diventò una kermesse, una vetrina, non più un momento di eleganza sobria codificata, ma un’occasione per mostrare creatività, per imporre nuovi concetti di eleganza. Il teatro seguiva la società e le sue trasformazioni».

La Scala ha seguito la società, va bene. Lo ha fatto anche in basso, però.
«Le alzate di sipario sono diventato numerosissime. La Scala ha dovuto per forza diventare più inclusiva. C’è la ScalaAperta, ci sono i ragazzi delle scuole...nell’estate di Expo poi è entrato di tutto, turisti sudati, discinti, ciabattoni...dovemmo fare molte eccezioni. In genere, il teatro ha una funzione pubblica e sociale, e d’altra parte è custode di una tradizione. Cerchiamo di stare in equilibrio, col buon senso. Ci apriamo al massimo, ma esigiamo il rispetto di canoni minimi».

Gli abbonati ogni tanto si lamentano.
«Ma loro sono i primi, talvolta, penso alle nuove generazioni, a mettersi il maglioncino».

Casi eccentrici, o dubbi?
«Un texano vestito da cowboy, con cappellone , cinturone e borchie...elegante nel suo genere. Ovviamente uno così entra. Entrano anche -è capitato- lo scozzese in kilt, o l’uomo vestito e truccato da donna. Ci sono stranieri elegantissimi, ma con lo smoking azzurro, o a quadretti, o con la giacca rosa...non puoi mica dirgli niente. Di recente ci ha scritto un gruppo di seminaristi».

E perché?
«Chiedevano se potessero tenere l’abito talare o dovessero mettersi in giacca e cravatta. Ovviamente va bene l’abito talare».

Con maglioncino e scarpe da tennis si entra?
«Sì»

E con le infradito?
«Si entra»

Non ci posso credere.
«Il regolamento non cita le calzature. Se arriva qualcuno con un sandalo poco decente o una ciabatta, glielo facciamo notare, lo preghiamo di cambiarsi, se può...noi facciamo educazione al pubblico. Cerchiamo di essere tolleranti».

I (pochi) respinti come reagiscono?
«Be’, protestano. Chi ha tempo, esce e si compra qualcosa da mettersi addosso. Chi resiste, dice: ma io non lo sapevo, ma io ho pagato, avete ragione ma fate un’eccezione. Ecco, tipico degli italiani è chiederci di fare un’eccezione».

SERGIO RIZZA
Twitter: @sergiorizza

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