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La versione di Jury Chechi Il lavoro batte il talento

L'intervista

SPORT Nell’ultima tappa della rassegna “Sport tra epica…ed etica”, abbiamo incontrato il signore degli anelli, Jury Chechi.

Quando ha capito che la ginnastica sarebbe diventata la sua vita?
Subito, la prima volta che sono entrato nella palestra dove si allenava mia sorella. Avevo sette anni e pensai: «Che belli tutti questi attrezzi!». Dopo qualche giorno scrissi un tema nel quale dicevo di voler vincere le Olimpiadi.

Nella sua straordinaria carriera, è stato vittima di gravi infortuni. Dove ha trovato la forza per ricominciare?
Credo che un po’ dipenda dal mio carattere molto tenace, un po’ dalla presa coscienza che nello sport, come nella vita, bisogna essere sempre pronti ad affrontare situazioni difficili.

Qual è stato il suo primo pensiero quando ha capito di aver vinto l’oro ad Atlanta?
Non ricordo nulla, sul podio mi sentivo assolutamente frastornato. Con il passare dei giorni però ho sentito che un cerchio si era definitivamente chiuso. E che io ero diventato un uomo completo.

E dopo il bronzo ad Atene?
Di quella medaglia ho ricordi più precisi. Probabilmente, dato l’infortunio al braccio che avevo patito fino a pochi giorni prima della rassegna, è stata una soddisfazione ancora più grande.

Nella sua ex disciplina, quant’è importante il talento naturale e quanto  l’allenamento?
Se considero me stesso, ho delle percentuali precise: 30% il talento, 70% l’allenamento. Devo dire di aver lavorato davvero duramente.

Non le è mai venuta voglia di provare a crescere un nuovo Jury Chechi?
No, non sarei mai capace di fare l’allenatore. Per farlo sono necessarie una severità e un’autorità sugli altri che so di non avere.

DOMENICO PARIS

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