L'epidemia in Africa
8:50 pm, 16 Dicembre 14 calendario

“Ebola, la Sierra Leone abbandonata a se stessa”

Di: Redazione Metronews
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MILANO «Aiuti della comunità internazionale contro ebola? E chi li ha visti?». Parole nette quelle di don Ignazio Poddighe, il prete sardo che in Sierra Leone, con l a “sua” associazione LoveBridges, ha fondato una missione erigendo scuole, ambulatori e un ospedale, il Giovanni Paolo II a Lokomasama. Giorni fa don Ignazio ha sentito l’imperativo di tornare tra i dannati «perché dovevo curare la missione e portare aiuti, specialmente cibo. L’epidemia ha avuto effetti gravissimi sull’economia». È rientrato e ora racconta le prime impressioni.
Dove è stato?
 «A Lokomasama. Il distretto di Port Loko è colpitissimo da ebola. Lokomasama un po’ meno, ma di recente ci sono stati 35 morti, quasi tutti di 3-4 famiglie. Sterminate».
Come reagiscono le persone?
Con timore ma con crescente senso di responsabilità. Stanno tutti molto attenti, anche nei villaggi. Sanno che tutto dipende da loro. Non si sente più parlare di esplosioni di di odio antioccidentale.
La Sanità locale è fragile…
Sì, basti pensare che agli “holding centre” dove, anche con una certa efficienza, vengono portati i casi sospetti: una volta lì, ci vogliono anche 7 giorni per avere i risultati di un test di ebola, contro le 5 ore garantite da Emergency. Così si fa in tempo a morire anche per altre cause, come la malaria.
I funerali sono rischiosi.
Sì, sono molto laboriosi e lunghi per tradizione. C’è l’usanza di toccare il defunto… Il cadavere resta infetto, di qui i gravissimi rischi.
La Sierra Leone è sola?
Mi assumo la responsabilità di quello che dico: l’assenza della comunità internazionale è palpabile. Restano i volonterosi. Come Emergency, che fa cose enormi».
LA VOLONTARIA: “IL RISO E’ CARISSIMO, TORNA LA MALNUTRIZIONE”
«Facciamo quello che possono fare dei volontari. Certo, se pochi facessero molto…». Ha umiltà e idee chiare Stefania Lobina, 43 anni, infermiera a Iglesias: volontaria di LoveBridges, ha accompagnato don Ignazio. «Era il mio 16° viaggio laggiù, ma è stato diverso. Mesi fa ebola sembrava arginabile. Ora invece…Se avevo paura? Con le giuste precauzioni si può fare». C’è un «continuo regresso», racconta Lobina, «tornano i casi di malnutrizione. Poi, scuole e luoghi di aggregazione chiusi, commercio esiguo; e le quarantene decise dal governo, accompagnate da veri e propri coprifuoco». Lei e don Ignazio sono partiti soprattutto «per comprare e distribuire riso a famiglie e villaggi, a Mabendu, Yongoro, Kirma, Lokomasama. Il prezzo è triplicato». Piccoli grandi gesti.
SERGIO RIZZA

16 Dicembre 2014
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