Opinioni

Io, Flaiano e lo stupore

Maurizio Baruffaldi

L'OPINIONE Ogni volta mi stupisco. Ogni volta che vedo fasci littori, croci uncinate e svastiche. E facce giovani e truci, e bandiere radunate a provocare; così finte, autoreferenziali, senza rabbia vera, solo postura. Senza fame e  conoscenza, ma solo odio e compiacimento. O quando sento i tanti e fieri mussoliniani chiamati sul palco a pontificare dalla zanzara radiofonica. Il parlamentare Corsaro che fa battutine sfigatissime oltre che antisemite su Fb è solo una briciola dell'impasto. E i nuovi arrivati già vecchi di intenti fanno cassa elettorale senza scrupolo. 

Chi propone una legge/divieto che si sommi a un'altra esistente fa solo ridere. L'italiota se ne fotte dei divieti. Ci sguazza. Ci rinforza l'identità. Tutto questo ritorno mitologico del fascismo lo puoi solo addolcire, mettendolo di fronte ai fatti, e alla figura stessa del Benito, con quella sua mascolinità esibita e comica. La corruzione spaventosa del regime. La vigliaccheria e violenza gratuita delle squadracce. Non c'erano nemmeno ordine e disciplina: era tutta una farsa, propaganda, fumo negli occhi. C'era invece totale opportunismo e sottomissione al più forte. E la spaventosa mediocrità di quella che oggi chiameremmo “classe dirigente”. 

Cose che suonano familiari eh!? Non esclusive del ventennio. “In Italia i fascisti si dividono in due categorie: i fascisti e gli antifascisti” scriveva negli anni '50 il grandissimo Ennio Flaiano, libero pensatore e spietato osservatore del suo tempo. Lo stesso scrittore scolpisce poi questa lunga e articolata definizione. “Il fascismo conviene agli italiani perché è nella loro natura e racchiude le loro aspirazioni, esalta i loro odi, rassicura la loro inferiorità. Il fascismo è demagogico e patronale, retorico, xenofobo, odiatore di cultura, spregiatore della libertà e della giustizia, oppressore dei deboli, servo dei forti, sempre pronto a indicare negli ‘altri’ le cause della sua impotenza o sconfitta. Il fascismo è lirico, gerontofobo, teppista se occorre, stupido sempre, ma alacre, plagiatore, manierista. Non ama la natura, perché identifica la natura nella vita di campagna, cioè nella vita dei servi; ma è cafone, cioè ha le spocchie del servo arricchito. Odia gli animali, non ha senso dell’arte, non ama la solitudine, né rispetta il vicino, il quale d’altronde non rispetta lui. Non ama l’amore, ma il possesso. Non ha senso religioso, ma vede nella religione il baluardo per impedire agli altri l’ascesa al potere. Intimamente crede in Dio ma come ente col quale ha stabilito un concordato, do ut des. È superstizioso, vuol essere libero di fare quel che gli pare, specialmente se a danno o a fastidio degli altri...”

MAURIZIO BARUFFALDI
Giornalista e scrittore

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