Opinioni

La grande corsa su Raqqa

Maurizio Zuccari

In Medio Oriente il fascino degli alberghi a 5 stelle è inversamente proporzionale alla possibilità di farvi la pace. La pensava così Chaim Weizmann, primo presidente d’Israele, a proposito delle conferenze internazionali. Forse è per questo che nei lussuosi hotel di Ginevra, dove dall’inizio della mattanza siriana si discute di pace, questa resti un’utopia e un esercizio retorico. E sarà per questo che l’ultima conferenza che si sarebbe dovuta tenere a febbraio, recependo i colloqui di Astana, è saltata provocando l’ira di Lavrov. Il ministro degli Esteri russo ha buon gioco nel denunciare l’“inaccettabile passività” dell’Onu, rivendicando per Putin e il suo paese il ruolo di primattore nel conflitto siriano, epicentro della guerra civile nella mezzaluna islamica che ha ai suoi opposti corni Riad e Teheran.
Ad Astana, in Kazakistan, stavolta l’Iran c’era, come pure la Turchia, con la Russia a gestire la soluzione politica del conflitto dopo averne rovesciato le sorti militari a favore di Assad. Forte del disimpegno Usa dell’era Trump nell’aerea – e, prima, dell’incongruo impegno militare di Obama – con buona pace dei sauditi, assenti. Dati i presenti, i risultati dell’abbozzo di pace kazaka si sono visti sul terreno, con la corsa su Raqqa, capitale del sedicente califfato, iniziata. Una corsa dove ognuno, coi suoi fidi alleati, vuol giungere primo, passando per Al Bab. La cittadina a nordest della riconquistata Aleppo è allo stesso tempo il fronte principale, il crocevia e la chiave di lettura della lotta in corso, come indica il suo stesso nome arabo: “La porta”. Nello scontro coi miliziani dell’Isis che la reggono da prima che si costituisse lo stato islamico è la Turchia in pole position, avendo occupato coi suoi reparti speciali e gli affiliati del Free syrian army i quartieri occidentali. Mentre a sud le forze di Assad supportate dai russi segnano il passo, non senza sparacchiarsi coi filoturchi, e a nordest i curdi sostenuti dai “consiglieri” Usa arrancano.
La ragione della solerzia turca non sta solo nella volontà di combattere l’Isis senza se e senza ma assieme al regime di Damasco, a differenza di quanto fatto finora, quanto nel contrastare la possibile unificazione al Kurdistan orientale dei territori curdi a ovest.
Al Bab è, appunto, la porta da sbarrare in tal senso. E la plastica raffigurazione della Siria che verrà. Mai più unita ma tripartita a nord in un’entità curda e un’area sotto controllo turco, e la parte centro-meridionale del paese contesa tra il regime e la galassia ribelle rappattata nell’Hay’at Tahrir al Sham.
Una nuova santa alleanza tra jihadisti impegnati a combattersi tra loro in nome di una Siria che se non sarà islamica sarà ridotta a šaba?, fantasma di quel che era.
MAURIZIO ZUCCARI
giornalista e scrittore

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