Opinioni

Le zone grigie dei processi

Maurizio Guandalini

L'OPINIONE Per Bossetti, vedi sopra. Ergastolo. Confermato. Il quarto grado può risultare mortale. Come in tutti i processi monstre. In quelli mediatici, con delitti a sfondo sessuale. Qui c’era in ballo una minorenne. Assassinata. Il popolo, dal primo giorno, chiedeva, a gran voce, un colpevole. E la giustizia si è impegnata  a trovarlo senza tirare al risparmio. Il processo a Bossetti è tra i più costosi della storia. Milioni e milioni di euro per analisi, contro analisi, dna, telefoni sotto controllo, eserciti di persone ai raggi x. Obiettivo trovare il mostro. Fatto. C’è un piccolo particolare. Non si sa se è proprio lui. Bossetti. E non si tratta di dare ascolto alle voci della difesa del muratore. D’altronde gli avvocati dell’imputato fanno il loro mestiere.  A destare dubbi sono le ore, tante, di camera di consiglio del tribunale di Brescia, prima di emettere la sentenza, presa a ristretta maggioranza. Insomma, malgrado lo spiegamento di mezzi non v’è certezza. A pieni carati. Meglio rifare il processo. E forse tastare con  cura le prove genetiche tra le mani ripercorrendo anche altre strade processuali per nulla battute o scartate a priori. 

Il copione di questi processi feuilleton, di provincia,  è lo stesso. Con esiti più eclatanti è stato quello di Chiara Poggi, il delitto di Garlasco, un percorso lungo nove anni che, prima, ha assolto il solo imputato, Alberto Stasi, per poi, rivoltare la sentenza accusandolo e spedendolo di corsa in carcere. Clamoroso. Come può un processo  passare dagli irti colli agli inferi?  Non c’è qualcosa di storto nella  procedura processuale, negli step, nei passaggi istruttori, dalla ricerca delle prove in poi?   Come non chiedersi che, forse, c’è qualcosa di incerto, zone grigie, improvvisazione, pezzi mancanti, persi per strada? Tanto più il rigore, la trasparenza, la meticolosità inoppugnabile deve ritrovarsi in queste assise spettacolose, affrancandole alla facile lisciatura di pelo, del colpevole comodo, vicino casa. Lo sottolineiamo come principio generale. Della giustizia, che può riguardare un cittadino, inerme,  per un qualsiasi motivo imbrigliato nelle grinfie delle aule processuali. Si chiama garanzia. 
E, attenzione,  non si tratta di  un avviso.  La ricerca della verità è un mestiere arduo e pericoloso. In parte impossibile. Si tratta di non concentrarsi tanto sull’esito. Sul verdetto finale. Ma sui metodi di indagine. Le prove. Solo lì vi può essere la vidimazione della trasparenza e quindi la verità. Senza pregiudizi. Quelle sono  la cartina di tornasole per dire che si è fatto il massimo.  E che, non per forza, si trova un colpevole.

MAURIZIO GUANDALINI
Economista e giornalista - Fondazione Istud

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