Opinioni

Trump e il rebus della squadra

Maurizio Zuccari

Tempi duri per gli antiglobalisti. Mentre si profila la riconta dei voti in certi stati Usa e si raccolgono firme per farlo, Donald Trump lancia la sua ricetta per i primi cento giorni – rilancio industriale e sicurezza nazionale, deregulation fiscale e lotta al terrorismo – sotto il fuoco incrociato delle critiche. Intanto prende forma la squadra di comando della (ex?) superpotenza mondiale, con le prime donne inzeppate nel team, che con Trump vuole rinunciare alla globalizzazione economica globalizzando il populismo. Le donne, anzitutto. Due i nomi spuntati finora: la governatrice della Sud Carolina, Nikki Haley, neoambasciatrice alle Nazioni Unite, e Betsy De Vos, miliardaria già presidente dei repubblicani in Michigan, prossima segretaria all’Istruzione. Se con questa, fautrice delle scuole private, l’indirizzo è chiaro, lo è meno con l’altra, di natali indiani ed ex caldeggiatrice dei rivali del presidente eletto, i trombati Cruz e Rubio. Anche in termini di quote rosa appare l’ambivalenza improntata a colpire il cerchio senza sfasciare la botte che contraddistingue i primi passi del presidente neoeletto, rispetto alle sue roboanti promesse elettorali. Allo stesso modo può dirsi degli uomini nuovi della nascente amministrazione, tiepidi avventurieri benché tacciati d’essere un trio di falchi. L’ex generale Michael Flynn alla guida del Ncs e consigliere per la sicurezza, Jeff Sessions procuratore generale e Mike Pompeo a capo della Cia. Nell’incertezza dell’erede di miss Clinton alla segreteria di stato, in pectore tra Mitt Romney, perdente nella sfida con Obama, e l’ex sindaco di New York Rudy Giuliani, il quadro sembra delineare una lotta dura ai latinos illegali – con o senza muro – in politica interna e al terrorismo islamico sul piano estero, assieme al ritrovato alleato russo. In quest’ottica si possono abbandonare i malfidi alleati di Al Nusra (ex qaedisti), dunque salvare Assad consentendogli la riconquista di Aleppo, ma non i fidi curdi (non certo il Pkk) e Mosul. Ma il primo nodo da sciogliere non sembra più la stabilizzazione in Siria e in Ucraina, con l’implicito riconoscimento degli interessi russi nell’area, quanto la destabilizzazione in Iran, con l’esplicita negazione degli accordi sul nucleare stipulati da Obama. I nomi non di seconda fila della squadra dicono molto, al riguardo. Due fra tutti, personalmente assai vicini al number one: il consigliere mediatico Steve Bannon e il genero Jared Kusher, su opposti fronti rispetto alla questione ebraica ma uniti nel vedere l’Iran come la vera spina nel fianco alla pace mondiale e alla sicurezza d’Israele, assieme al trio di cui sopra. Più che l’inverno, a Teheran è attesa una nuova primavera, stavolta persiana e non araba.

MAURIZIO ZUCCARI
giornalista e scrittore

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