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Ai rapper piace troppo il successo e fare soldi

Maurizio Baruffaldi

Mi ostino a considerare la canzone un'opera che aspira a scavalcare i tempi, a raccontare un sentimento eterno. Anche un ri/sentimento, certo: allusioni, lampanti riferimenti, ma fare nomi significa farne battibecco da commedianti privilegiati. Che poi i rapper nostrani che se le dicono di santa ragione potrebbero finire a fare una trasmissione insieme, lapalissiano: serve attrazione, consenso, e chi ha milioni di Like o follower garantisce pubblico. Rappano pure nei caroselli; non serve studiare canto, o averlo già in dono, il rap è per tutti. Come il pallone in strada. Poi sono i migliori a fare la differenza. E i più paraculi a fare soldi.
Da noi la controcultura non esiste, se non come parola del vocabolario, e il guscio duro dell'underground  aspira sempre al ventre molle del successo. Perché il rap è la musica di tutti quelli che possiamo definire giovani: ognuno ci metta l'età che preferisce. Mia figlia ne ascolta così tanto che anch'io ormai ne ho in testa la colonna sonora (ed ho i miei preferiti, nei quali sento l'evoluzione di alcuni custoditi vinili dei primi anni '90). Lei, loro, hanno bisogno di adrenalina, e nel rap ce n'è a palla; è tutto nervo e sillabe, è battere delle rime, è suono pompato e rarefatto; epico, a suo modo. E anche se il senso e la lirica latitano, cazzotene! C'è il romanticismo esistenziale. E le parole da usare, scambiarsi, masticare. La canzoncina pop ricicla la solita fuffa verbale, non dice una mazza, dove invece servono frasi che li rappresentino.
MAURIZIO BARUFFALDI
giornalista e scrittore

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