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Quei primati antichi della nostra istruzione

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ROMA Oltre ai primati negativi, per fortuna, l’Italia ne ha anche di positivi, e uno di questi riguarda la Scuola. Ci crediate o no, siamo stati i primi al mondo ad accogliere gli alunni con disabilità nelle scuole ordinarie.

Fin dagli anni ’70 il Parlamento ha approvato le norme sull’integrazione scolastica, basata sull’idea che i bambini e i ragazzi con disabilità imparano di più se vanno a scuola con i loro coetanei non disabili (e viceversa). Un’idea geniale, rivoluzionaria, la più bella applicazione dell’art. 3 della nostra Costituzione: quello, per intenderci, che parla di uguaglianza. Ma oggi è ancora così? Un po’ sì e un po’ no.

Ogni giorno i genitori degli alunni con disabilità li affidano alle scuole italiane, certi che saranno accompagnati nel loro percorso educativo. E in effetti a volte è così. Altre invece no. Per niente. Capita infatti che a quegli alunni sia negata l’iscrizione (specie nelle paritarie), che passino più tempo fuori che dentro la classe, che svolgano attività ricreative anziché formative, e che non vadano neppure in gita.

In sintesi succede questo. I docenti delegano la didattica all’insegnante di sostegno (quando c’è); quest’ultimo, spesso in attesa di incarichi meno speciali, fa quello che può, cioè poco; i compagni si convincono che se i loro amici stanno fuori dell’aula (o a casa) un motivo ci sarà; e i familiari (genitori, fratelli) sospettano e si torturano. Ore, giorni, settimane, mesi, in cui gli alunni con disabilità imparano poco o nulla.

E il primato? È sempre lì. Solo che ogni tanto, visto come alcune scuole attuano l’integrazione, verrebbe voglia di scendere da quel podio, scossi da una ritrovata parentela con i primati nostri antenati.

GIULIO IRACI

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