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Pedopornografia e razzismo nella chat dei ragazzini

Torino/Rivoli

RIVOLI «Minchia il Nesquik», era solo uno dei commenti, in questo caso per deridere dei bambini di colore, che si poteva leggere nella chat “The Shoah Party”. Era lì, su Whatsapp, che un gruppo di giovanissimi si scambiavano immagini e video di carattere pedopornografico, frasi inneggianti a Hilter, a Mussolini o al fondamentalismo islamico e insulti a ebrei e migranti, ma anche scene di torture e sevizie nei confronti di bambini. Erano centinaia di filmati «disgustosi», come li hanno descritti gli investigatori, che condividevano e commentavano. In tutto sarebbero una trentina i ragazzi, come ricostruito dalla procura dei minori e della procura distrettuale di Firenze, di cui venti non ancora diciottenni, oltre a cinque non imputabili. La chat, però, sarebbe stata creata da ragazzi, minorenni e non, che vivono nella zona di Rivoli e Torino: otto in tutto, tra cui anche uno studente universitario iscritto al primo anno, e tutti che arriverebbero da famiglie per bene. Le indagini sono partite cinque mesi fa dai carabinieri del nucleo provinciale di Siena dove una mamma dei ragazzi, dopo aver visto le immagini sullo smartphone del figlio, ha deciso di denunciare. A quel punto i militari, su autorizzazione dei pm, si sono introdotti nel gruppo e hanno scaricato i file prima che gli amministratori chiudessero la chat. Sono scattate perquisizioni in 13 province italiane per 25 indagati e sequestri di decine di smartphone e computer. Tra le varie persone coinvolte, «tanti ragazzini dai 13 ai 17 anni sono rimasti invischiati più o meno consapevolmente» mentre altri, «dopo essere entrati» ne «sono subito usciti. Ma nessuno risulta aver denunciato la cosa». I ragazzi saranno ascoltati per capire alcuni aspetti della vicenda, con loro anche i genitori: si potrebbero aprire profili giuridici anche sui contesti familiari e valutare l’idoneità dei genitori nell’esercitare la potestà. L’accusa è pedoporgnografia e istigazione al razzismo. 

CRISTINA PALAZZO

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