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Viaggio nel mondo degli hikikomori

SOCIETA'

Valeria Bobbi
romaAd un certo punto è come se si spegnesse la luce dei desideri, dei sogni: sono tanti in Italia i giovani hikikomori, fenomeno nato in Giappone negli anni Novanta, e che riguarda quei ragazzi che a partire  dai 14-18 anni, con un picco verso i 15-17, scelgono di ritirarsi dal mondo, di stare in disparte, nella loro stanzetta, davanti a d un computer. L’ultimo caso risale a sabato scorso: a Torino un 19enne si è buttato dal quinto piano della sua abitazione, ed è ricoverato in gravissime condizioni. Dietro al gesto, il tentativo della madre di togliere al giovane la tastiera del computer, di fronte al quale sembra trascorresse tutto il giorno. Il giovane era affetto da sindrome di Hikikomori, che appunto letteralmente significa stare in disparte, isolarsi. Una vera e propria fuga dalle relazioni interpersonali e dalla vita sociale. Spesso mangiano il minimo indispensabile e non parlano neanche con i genitori. Non cercano amici, non hanno ambizioni.
 Rappresentano l’1% della popolazione in Giappone, sono oltre 500 mila, ma l’allarme riguarda anche l’Italia, dove sarebbero almeno centomila, secondo Hikikomori Italia, l’Associazione nazionale di informazione e supporto sul tema dell'isolamento sociale giovanile. Abbiamo chiesto al suo fondatore, lo psicologo Marco Crepaldi, di aiutarci a capire in che contesto nasce questa distorta visione del mondo e soprattutto come poter aiutare questi ragazzi. «Dalla mia esperienza – spiega il dottor Crepaldi a Metro -quello che emerge è una certa correlazione tra l’isolamento dei figli e un comportamento iperprotettivo e con uno standard elevato di aspettative da parte dei genitori. Non a caso il fenomeno è nato in Giappone, una nazione complessa, che impone ai suoi cittadini ritmi di vita esasperanti, all’insegna della competizione più sfrenata in ogni ambito della vita.  Di fronte a tutta questa pressione, familiare e sociale, a cui si è aggiunta anche quella dei social media, alcuni ragazzi semplicemente non ce la fanno e decidono di chiudersi al mondo.  Il computer non è la causa del loro male, è solo lo strumento che permette loro di  fuggire dall’ansia di prestazione che li schiaccia».

Cosa possono fare allora i genitori per farli tornare a vivere? «Il percorso non riguarda mai solo il giovane hikikomori, ma tutta la famiglia. Ci sono casi di padri e madri che lasciano il lavoro per seguire i figli, ma questa non è mai la strada giusta. Perché il ragazzo sente ancora più pressione. Spesso dobbiamo convincere i genitori a pensare anche più a se stessi, a stare bene loro per primi. Per provare ad arginare l’epidemia di perfezionismo, che porta spesso a una perdita di motivazione e di senso,  è quindi necessario ridurre la competizione sociale. Nello sport, nella scuola, nel lavoro, in ogni contesto è necessario abbassare le nostre aspettative. Ed è anche fondamentale ridefinire socialmente i concetti di errore e fallimento, oggi utilizzati sempre con un’accezione negativa.  Partendo dalle scuole, insegnando alle nuove generazioni a interpretarli come una sfida di crescita personale e un passaggio obbligato  e non come qualcosa da evitare a tutti i costi. In un’ottica preventiva, l’obiettivo di scuola e famiglia dovrebbe essere quello di alimentare le loro passioni e non castrarli perché diversi dalle nostre aspettative».

 

VALERIA BOBBI

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