Opinioni

Il rischio dei pornogonzi

Maurizio Zuccari

Una è Ulrica Stigberg, pastora e animatrice della Fryhuset, centro giovanile di Stoccolma. L’altra è Maria Ahlin, bella e formosa presidente dell’associazione Freethem. Entrambe assai attive contro il trafficking, il traffico d’esseri umani, hanno scritto a quattro mani una piccola bibbia sulla pornografia in rete che sta spopolando in Svezia e presto troverà qualche editore anche in Italia: droga visiva (Visuell drogg, Kalla Kulor förlag). Il titolo è già un programma e l’opera promette di svelare ai più l’oscurissimo mondo della pornografia infantile e tutto quanto non sappiamo sulla pornorete. Dai loro osservatori privilegiati, senza concessioni al moralismo ma qualche cedimento alla visione di genere e al politicamente corretto, la pastora e l’attivista spalancano una porta su un mondo più oscuro che dorato e che non conosce crisi. O meglio, che la crisi economica e concettuale prodotta dalle nuove tecnologie l’ha attraversata e superata, anticipando i tempi. 

Ma andiamo con ordine. Quasi il 100% dei maschi occidentali e poco più del 50% delle femmine trafficano in rete alla ricerca di materiale pornografico. Il primo contatto avviene prima dei dieci anni, la ricerca attiva intorno ai dodici. Si tratta di numeri validi nel contesto svedese ma non dissimili nel resto dell’Occidente. Il 10% dei fruitori sviluppa una vera e propria dipendenza visiva verso il porno online, al pari di qualunque droga, ma nella gran parte dei giovani cervelli, già in fuga dal reale, una tale fruizione prolungata e massiccia modifica la percezione del fenomeno e le relazioni tra sessi. Al di là delle patologie riscontrate nei consumatori porno a lungo andare – depressione, abulia, impotenza, anaffettività, obesità, aggressività, tanto per dire – è la concezione del corpo, femminile ma anche maschile, a cambiare. Con una sovraesposizione di nudità e performance che lo rende mero strumento di piacere. 
A tirare in rete non sono più i soliti filmati, quanto generi sempre più estremi, di nicchia e coinvolgenti, che dal gonzo porn possono spingersi allo snuff movie. Dove la macchina da presa e l’operatore entrano in scena, cade ogni mediazione tra attore e spettatore e viene meno la necessità d’una trama più o meno realistica. L’importante è la reiterazione dell’azione, la sua spettacolarizzazione. Coerentemente al dettato dei tempi dove ognuno vuole sentirsi partecipe, essere dentro la scena più che guardone passivo. Che poi, come lascia intendere la ricerca, non si possano sradicare sessismo e stupri senza eliminare la pornografia, è un’altra faccenda e una bella domanda retorica.

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