Opinioni

Quell'incubo social si chiama #sextortion

Alessia Chinellato

Un neologismo? No. Una triste realtà. Che attraversa tutte le classi sociali e aggredisce soprattutto i giovanissimi. Partito come un gioco, l’adescamento via web va fortissimo. Scambi di messaggi, poi foto e la coercizione è dietro l’angolo. Le denunce sono quadruplicate negli ultimi due anni.

Se si pensa che un ragazzo su quattro ha fatto #sexting, cioè ha inviato proprie foto o video di nudo, il conto è presto fatto. In un magma nel quale è difficile distinguere il reale dal virtuale, si comincia con una richiesta di amicizia, magari su Facebook o su qualsiasi altro social network (Snapchat, Tinder, Bside impazzano ultimamente). Si inizia a chattare, sbottonandosi più del necessario con perfetti sconosciuti, fino a giungere a filmare e condividere le proprie parti intime o – perfino – amplessi solitari. Il passo successivo è il ricatto. La paura di essere svergognati induce a pagare. Dietro questo meccanismo talvolta c’è il balordo di turno, ma più spesso delle vere e proprie reti criminali, capaci di estorcere grandi somme di denaro. Il vero pericolo è nella gente comune che conduce una vita ordinaria. Genitori internettianamente disabili contro ragazzini super tecnologici e -allo stesso tempo- ingenui. Tanto da inviare la propria intimità a chi – poi – potrebbe replicarla infinite volte sul web. In una società iperconnessa sono sempre più gli hikikomori, ovvero i ritirati sociali, capaci di avere relazioni solo virtuali. Anche se la Polizia postale invita a denunciare, non è facile accusare nella vita reale, uscendo allo scoperto. Un solco cavo nell’anima di un adulto. Un segno indelebile in quella di un ragazzo.

Ognuno ha un segreto. E quel privato sta – mal celato – dietro uno schermo touch.  

ALESSIA CHINELLATO
giornalista e blogger

 

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