Lo faremo perché è difficile

  • Stefano Pacifici

Perché è difficile. Noi baby boomers, quella frase di JFK, ce l’abbiamo sempre avuta stampata nel cervello, ci ha lasciato  un marchio sulla fronte. “We choose to go to the moon”, abbiamo scelto di andare sulla Luna,  in questi dieci anni, e fare anche tante altre cose, “not because they are easy, but because they are  hard”. Non perché è facile, ma perché è difficile. E lo faremo  “in questa decade”, strillato in faccia a milioni di americani. “In questa decade” dovevi stare sulla Luna. Ed era già il 1962. Non era solo “difficile”, come diceva JFK. Era impossibile. Certo, c’era la Guerra fredda. Certo, c’era da superare i russi che non si sa come ti fottevano sulla frontiera del futuro, spedendo nello spazio lo Sputnik, Gagarin, Laika e chissà quant’altro avevano nella manica: volevi dargli la superiorità militare dall’alto, ai bolscevichi? C’era la baia dei porci, la gomma bucata, la nonna morta, le cavallette. C’era tutto quello che volete. Ma c’erano anche solo 8 anni, per fare quel po’ po’ di roba che voleva Mr. President. Eppure quella volta, nella notte del 20 luglio 1969, quella roba “difficile” diventò vera, reale. Fatta. E apriva una Nuova Frontiera.

Questo demonio di virus ci ha portato infiniti lutti come Achille agli achei e una distruzione sistematica e brutale del tessuto economico. Ovvio che ne avremmo volentieri fatto a meno. Ma  questa tremenda lezione ci costringe a cambiare le carte in tavola nella ripianificazione della sanità, della prevenzione, della ricerca. Ci costringe a migliorare, e a farlo adesso. Subito.  E questo vale anche per la nostra coscienza ecologica.

Per dire: oggi, senza la spaventosa emergenza economica, saremmo ancora a disquisire di piani di stabilità, zerovirgole di Pil, deficit da lacrime e sangue. Di Cop 25, 26 e tanti altri bei summit tra grandi per salvare il pianeta, tra gli scioperi di tante piccole Grete, senza però alla fine salvare una beneamata. Perché tanto prima o poi, dopo  aver inchiostrato su pergamena splendidi obiettivi da perseguire “entro e non oltre”, tanti Co2 da abbattere, tante ultime thule da raggiungere e tanti godot da aspettare, beh, tanto prima o poi sarebbe venuto fuori che, a un anno dalla scadenza, tizio non ce la fa, caio non se la sente, sempronio dice che costa troppo in termini economici. E pincopallo se ne sbatte altamente perché sì, d’altronde è una quasi dittatura e dunque se ne sbatte e basta, nel nome della crescita, gli altri si arrangino pure. 

Quindi ora si deve. Perché, non si sa come, per rimettere a posto i cocci del pandemonio economico del virus, l’Europa si è decisa a mettere sul piatto settecento e rotti miliardi, gli eurobond (o coronabond, chiamateli come volete) che prima vedeva come il toro vede il drappo rosso, e soprattutto una condicio sine qua: vanno spesi pensando a un 2030 verde. Ecco: questo diventa una specie di nostro “lo faremo perché è difficile”, che vale per tutti. Lo “dobbiamo” fare, come quell’ordine che JFK recapitò a quei povericristi della Nasa che, in confronto ai sovietici, brancolavano nel buio. Una botta però salvifica, quell’ordine. Trenta secondi dopo mezza America tra informatici, ingegneri, astrofisici, piloti di caccia, smanettoni di rudimentali pc, si sarebbe trovata impegnata h24 per i successivi otto anni. Zero famiglie, zero barbecue, zero weekend a caccia di cervi. Tutti piantati lì. C’era da farlo. E si fece, in quella notte di luglio 1969. Solo in quel modo quella volta si stampò sulla polvere lunare l’impronta di Armstrong. 

Ora, noi abbiamo campato e progredito per decenni senza porci problemi. Ma abbiamo anche devastato un po’ tutto. L’aria. Le foreste. Le temperature. I ghiacci. L’ozono. Il mare. La terra. Bisogna rimboccarsi le maniche, subito. Pensare a dove intervenire, subito. Pensare a come farlo, subito. Progettare. Mettere a terra i numeri, le risorse, prevedere, mettere in pratica, eseguire. Immaginando un green da salvare coniugato però con lo sviluppo economico (si può). Il tutto mentre il mondo non si ferma, perché non si può fermare, e quindi è come se dovessi ristrutturare tutta casa continuando a viverci dentro mentre gli operai ti sventrano i muri. Nello stesso momento. E tenendo sempre a mente che, come per quell’ordine di JFK, c’è poco tempo. 

Da qui al 2030 è la nostra Luna. Non sappiamo bene come fare, e abbiamo la stessa decade striminzita. In più, bisogna partire dal basso, non aspettando solo i summit dei grandi, ma cominciando tutti, nel nostro piccolo, a fare la nostra parte. Ovviamente, subito. È la nostra Nuova Frontiera, questa. È difficile. Ma allora, visto che è difficile, facciamolo. 

STEFANO PACIFICI

Articoli Correlati
Stefano Pacifici

Il giornale e la vitedi Archimede

L'editoriale di Stefano Pacifici
Stefano Pacifici

La nostraFase 3

L'editoriale di Stefano Pacifici
Stefano Pacifici

Il recuperodella dignità

L'editoriale di Stefano Pacifici