«Anna è la speranza che lega passato e futuro»

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TV Ha abituato i lettori dei suoi romanzi a vedersela con ragazzini protagonisti di grandi imprese. E anche stavolta Niccolò Ammaniti non si smentisce presentando Anna, la serie tv tratta dal suo omonimo romanzo che dal 23 aprile sarà su Sky e Now per sei appuntamenti, di cui, per la prima volta, firma anche la regia.

«Finora - spiega Ammaniti - la mia scrittura è sempre diventata immagine firmata da altri ed io, vedendola come spettatore, sentivo una certa distanza. Stavolta ho voluto azzerarla per provare a dare lo stesso tono fantastico e possibile del libro».

Il risultato è una serie che si muove agilmente ed elegantemente in una realtà distopica in cui tutti gli adulti sono morti, colpiti dal virus della “Rossa”: solo Maria Grazia (Elena Lietti) sarà presente quel tanto che basta per scrivere un quaderno di appunti, il Manuale della sopravvivenza, da lasciare a sua figlia Anna (la 14enne Giulia Dragotto).

«In quel quaderno - afferma la Lietti - accanto a indicazioni pratiche su come accendere il fuoco o controllare la scadenza dei prodotti in scatola, c’è anche la memoria che serve a tenere unita una famiglia distrutta e che diventerà il motore per riuscire a trovare Astor, il fratellino di Anna scomparso nel bosco. Maria Grazia è la memoria da tramandare ai figli. Una donna indipendente, fedele a se stessa e ai bambini. Raccoglie in nuce il coraggio e la libertà di pensiero di sua figlia, Anna».

Una madre, insomma, che rappresenta un passato devastante, ma anche un grande amore.

«Se ci fosse una morale in “Anna” - aggiunge Ammaniti - sarebbe quanto il passato conta per costruire il futuro perché il contemporaneo ormai non basta».

Soprattutto se il contemporaneo in cui si trovano a vivere le bande di bambini protagoniste è tutt’altro che piacevole: la “Rossa” ha ucciso gli adulti e loro sono diventati un «popolo di raccoglitori che si spostano nei centri commerciali distrutti per recuperare cibo in scatola», prosegue Ammaniti.

«Volevo vedere cosa fanno i bambini in un mondo senza adulti. Ma non potevo usare un evento naturale come un terremoto perché li avrebbe coinvolti tutti. Men che meno una bomba nucleare. Così ho attinto ai miei studi di biologia e ho pensato ad un virus che si insinua nel DNA degli adulti. Ma questa scelta non c’entra nulla con il Covid: abbiamo iniziato a girare 5 mesi prima della pandemia e questa serie ha avuto una gestazione molto lunga: finito il romanzo, sentivo che dovevo ampliarlo dando più spazio ad alcuni personaggi solo accennati e offrendone altro a quelli già presenti. Insomma, volevo un romanzo corale».

Per scriverlo ha richiamato, dopo Il Miracolo, Francesca Manieri. «Niccolò - dice - è una persona con il più alto tasso di idee al mondo e col fatto che dorme pure poco, è un continuo tirarne fuori di nuove. Noi siamo molto diversi: lui è strutturalmente un biologo ateo, io sono molto religiosa. Quello che ci accomuna è l'ironia: per questo ci troviamo bene a lavorare insieme. Entrambi siamo convinti della reciproca implicazione che c'è tra il bene e il male. Sappiamo che la grazia arriva così, a un certo punto. Ed è la compassione che guida la scrittura, non il colpo di scena».

La serie, girata tra la Sicilia, il Lazio e la Toscana, si muove seguendo le orme della speranza, vero motore propulsivo della storia.

«La speranza - spiega il regista - è simboleggiata dalla Sicilia, un dito d’acqua enorme che la lega al continente. Anna ci si avvicina per cercare di ricreare un futuro».

Lo fa lottando: contro la “Rossa”, ma anche contro il “blu” dei bambini guidati dalla “bianca” Angelica (Clara Tramontano) in un crescendo di tensione che rende ogni colore terrificante.

«Da bambino - conclude Ammaniti - mi facevo gli affari miei. Ogni volta mentre andavo a scuola rigorosamente a piedi, mi chiedevo perché dovevo andarci. Non capivo perché fossi costretto da chissà quale legge a svegliarmi al mattino, andare a scuola, tornare a casa, mangiare, studiare e poi tornare a dormire. Volevo essere libero come gli animali e ipotizzavo un mondo altro; però non facevo nulla per cambiare le cose. Adoravo raccontarmi delle storie».

Forse proprio quelle storie che Niccolò Ammaniti continua a raccontare.

PATRIZIA PERTUSO

 

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