Filosofia smartphone per raccontare se stessi

INTERVISTA Quanti di noi, durante la pandemia e i lockdown, hanno ragalato uno smartphone all’anziano genitore, per restare in contatto con lui? Quanti hanno approfittato della forzata inattività per migliorare l’immagine, o comunicare alla comunità dei contatti su Internet le novità personali o di lavoro, sfruttando l’economicità e la comodità d’uso del potentissimo “personal device”? È così che lo smartphone, «da strumento di distrazione di massa», ha potuto diventare, nientemeno, un veicolo «di messaggi di valore», qualcosa per cui, nonostante sia uno strumento diffusissimo, «che tutti credono di conoscere ma che tutti usano solo per il 10% delle sue potenzialità», valga la pena di scriverci un libro.

A sostenerlo è il collega Francesco Facchini, “alfiere” italiano del mobile journalism e della “mobile content creation”, autore di un testo spiazzante: "Smartphone evolution" (Dario Flaccovio Editore, 320 pagine, 28 euro). “Spiazzante” perché non è un semplice manuale tecnico (benché abbondi di consigli tecnici per acquistare uno smartphone, usarlo per girare e montare video e molto altro), né un libro di astrattezze. Bensì qualcosa di mezzo, una sorta di «manuale sulla filosofia d’uso», condito da infiniti consigli pratici e basato su un ragionamento fondamentale: lo smartphone non è né buono né cattivo, è solo uno strumento potentissimo nelle nostre mani. È il nostro strumento, non noi il suo. Ed è fondamentale perché ognuno di noi possa diventare editore di se stesso e della sua attività, «che tu sia un orologiaio o un sarto, un carpentiere o un falegname, un giornalista freelance o un formatore, un avvocato o un commercialista, un artista o uno sportivo», scrive Facchini.

Nelle confezioni degli smartphone non c’è nemmeno il libretto di istruzioni. Tu addirittura ci scrivi sopra un libro. Non è paradossale?
«È un manuale di filosofia d’uso. Non esiste il libretto delle istruzioni nella confezione del smartphone, ma nemmeno esiste la consapevolezza delle potenzialità enormi di questa macchina. Noi ne usiamo una porzione minima, solo per un ristrettissimo numero di operazioni: l’email, la foto, il post sui social. Io ho vissuto cambiamenti personali e professionali che mi hanno insegnato a usarlo in tanti modi diversi. Modi utili affinché tu produca il tuo “racconto”, occasioni di lavoro che prima non esistevano. A migliorare la tua vita, perfino. Ma metto anche in guardia dal farsi usare dallo strumento, e insegno a spegnerlo…».

Ci arriviamo. Intanto dimmi perché lo smartphone è uno strumento “unico”.
«Se tu produci un video, un contenuto, con uno smartphone puoi creare un linguaggio che altrimenti non esisterebbe. Banalmente, quando faccio i miei corsi, lo metto sul tavolo, e sopra la lente della telecamera appoggio un bicchiere, che riempio d’acqua: con quale telecamera tradizionale potresti fare una ripresa del genere? Ma si possono fare molti esempi. Un giornalista di guerra con uno smartphone è invisibile, se gira con la troupe è un bersaglio facile. Se io collego lo smartphone ai miei “spectacles”, gli occhiali “smart”; do al mio pubblico una visione completamente diversa di ciò che mi circonda. È un ecosistema con il suo proprio linguaggio, lo smartphone, capace di dare punti di vista completamente diversi da quelli che può darti una telecamera. Il tutto con risparmio ingente di tempi e costi».

È un mondo in rapidissima evoluzione. La tecnologia dello smartphone è ormai matura o è destinata a essere stravolta ancora? Ti provoco: il tuo libro invecchierà presto…
«Rispondo con un’altra provocazione. L’ultimo capitolo del mio libro si intitola: “Lo smartphone morirà”…Morirà per come lo conosciamo adesso. L’essenzialità di questo parallelepipedo diventerà sempre più determinante. Magari non lo terremo più in mano, ma in tasca, lo comanderemo con la voce, avremo altri apparecchi addosso, che saranno comunque collegati ad esso come ad un centro di smistamento ed elaborazione dati. Come ha detto Ernesto Assante, non è più smart e non è più phone, è una macchina totale. La Samsung ha pubblicato un paper sul 6G, quando ancora deve prendere piede il 5G…Il 6G arriverà nel 2028, cioè domani, e permetterà l’uso dello smartphone in ambito di olografia e tridimensionalità. Non avrà più nemmeno problemi di memoria, perché tutti i dati saranno nel cloud. Lo smartphone come “ponte” verso la conoscenza».

Un ponte insidioso, però, che rischia di fagocitare la nostra attenzione, o quella dei nostri figli. Tu sei anche papà di un ragazzino. Come evitare di finire divorati dallo strumento?
«Primo: se non vi serve, se non avete l’assoluta necessità di usarlo, imparate a spegnerlo. Secondo: spegnete tutte le notifiche. Invertite la tendenza: non è lui a dover attrarre la vostra attenzione, ma voi a decidere quando prenderlo in mano. Tranquilli: non perderete nulla».

E poi?
«Terzo: con i vostri figli, fate un contratto di fiducia, fondato sulla trasparenza del loro uso dello strumento, nei vostri confronti. Insegnate loro a non fare nulla che minacci loro stessi o gli altri, nel presente e nel futuro. Vale anche per i genitori che postano le foto dei figli minorenni sui social…Quarto: mai il cellulare prima dei 13-14 anni. Al massimo, un uso condiviso. E poi c’è il punto che secondo me è fondamentale».

Quale?
«Bisogna che i più piccoli stiano lontani dai contenuti che creano emozioni artificiali, come la pornografia o l’unboxing, che sono una vera droga. Se lo smartphone serve per trasmettere valori, o emozioni vere, positive, per sé e per gli altri, va bene, allora è uno strumento “buono”, altrimenti…».

Un consiglio valido per grandi e piccini, senza dubbio.

SERGIO RIZZA

Twitter: @sergiorizza