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Dolomiti, la protesta di chi vive di turismo

BELLUNO Le Dolomiti bellunesi, stremate economicamente dal Covid, alzano la testa e danno vita a una protesta che riunisce tutte le principali località sciistiche: Falcàde, Aràbba, Marmolada, Alleghe e Pecòl hanno portato davanti agli impianti centinaia di persone e decine di auto che, grazie a un'unica regia, hanno formato la scritta «Lavoro o ristori», ripresa dal cielo con i droni. Immagini che da una parte rendono la bellezza dei luoghi, dall'altra restituiscono la desolazione di alberghi, rifugi, ristoranti e piste deserti.

La rabbia degli abitanti è più che comprensibile, come spiega Cristian Balestra, tra gli organizzatori di una protesta silenziosa e quantomai educata, nonostante le difficoltà. «Queste località vivono di turismo al 95%, e la quasi totalità dell'economia locale conta sulle presenze invernali. Io affitto sci, un'attività che la mia famiglia porta avanti da quasi 50 anni. Siamo chiusi e non guadagnaiamo nulla, una situazione che riguarda ristoranti, alberghi, rifugi, bar, impianti di risalita. Però a me l'Agenzia delle Entrate ha chiesto 45 mila euro di tasse anticipate per il 2021. E non sono certo l'unico», spiega Cristian, sposato e con due figli adolescenti, che prosegue: «Io e tanti altri imprenditori non siamo nelle condizioni di pagare i dipendenti, che sono per la maggior parte lavoratori stagionali. Chiediamo semplicemente che il Governo non ci abbandoni. Ci facciano riaprire, o almeno ci diano davvero i ristori, altrimenti non sappiamo come sopravvivere», ragiona Crtistian, per poi concludere: «Sembra che il problema riguardi solo i turisti che non possono venire a sciare, ma i media si sono completamente dimenticati di chi opera nel settore del turismo invernale. Qui le tasse le paghiamo tutti, per poi magari ritrovarci completamente isolati e con l'unica strada che collega tutti i paesini ridotta a una sola corsia e a senso unico alternato».

PAOLO CHIRIATTI 

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