Cinema
5:00 am, 27 Febbraio 24 calendario

D’Amore:«Caracas porta il pubblico tra i suoi incubi più profondi»

Di: Patrizia Pertuso
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Due personaggi totalmente opposti sono i protagonisti di Caracas, da giovedì al cinema. Il film, tratto dall’opera letteraria Napoli ferrovia di Ermanno Rea, è sceneggiato, interpretato e diretto da Marco D’Amore che torna dietro la macchina da presa dopo L’immortale.

Toni Servillo è Giordano Forte, «una scrittore che non fa sconti»

Nel film il personaggio di Giordano Fonte, interpretato da Toni Servillo, è l’esatto contrario di Caracas, lo stesso D’Amore. Il primo, un intellettuale comunista; il secondo un picchiatore fascista che si vuole convertire all’Islam.

«Giordano Fonte – spiega Toni Servillo – è uno scrittore molto importante che con la sua scrittura non fa sconti né a se stesso né alla città. E questa è la sua forza». Lo scrittore napoletano si aggira in una Napoli che inghiotte e terrorizza, ma allo stesso tempo affascina, una città che non riconosce chi ci torna dopo molti anni. Ma non è solo.

Marco D’Amore è Caracas, «un uomo che odia il mare e bestemmia Napoli»

Con lui c’è Caracas (Marco D’Amore), un uomo che milita nell’estrema destra e che sta per convertirsi all’Islam, alla ricerca di una verità sull’esistenza che non sa trovare. Giordano canta l’amore impossibile tra Caracas e Yasmina (Lina Camélia Lumboroso) attraversando una città in cui tutti sperano di non perdersi e di salvarsi. Tutti, anche Caracas e Giordano, sognano di poter aprire gli occhi dopo un incubo e scorgere, dopo il buio della notte, una giornata piena di luce.

«Ho bisogno di film – confessa il “D’Amore regista” – che mi aiutino ad “elevare” il pubblico fino a farlo arrivare in un spazio in cui si ritrovi con tutti i suoi incubi». E rispetto al suo personaggio spiega che «Caracas odia il mare e bestemmia Napoli tra i denti, è il Cristo della ferrovia, ultimo tra gli ultimi. Al suo fianco ha trovato un grande vecchio, un romanziere che si aggira nei budelli di una città che non c’è più, che non riconosce più, ma che è stata casa sua. Giordano vuole smettere di scrivere perché sa che essere tornato è stato un errore». Sullo sfondo, ma neanche tanto, una Napoli bellissima, abusata oltre ogni limite che sembra assomigliare sempre più ad un barrio sudamericano.

A raccontare Caracas ci pensa Marco D’Amore.

Che cosa racconta il suo film?

«Il film è una trasposizione del libro Napoli ferrovia scritto da Ermanno Rea nel 2007 e vede in scena le vicende di Giordano Fonte, un anziano scrittore napoletano, interpretato da Toni Servillo, che torna dopo diversi anni nella sua città, senza riconoscerla più, venendone inghiottito, terrorizzato e, al tempo stesso, affascinato. A fargli da guida per le vie e i sobborghi di quella che una volta era stata casa sua trova Caracas, il personaggio che interpreto, un uomo che pratica un’accanita militanza tra gli ultimi della terra, che sta per convertirsi all’Islam, alla ricerca di una verità sull’esistenza che non sa trovare. In questa sua ricerca, Caracas ritrova al suo fianco Giordano, un uomo diverso da lui ma simile nel suo aggirarsi per le vie di una città  che non sente più sua. Le loro vite si intrecciano e Giordano, attraverso i suoi versi, racconta l’amore impossibile tra Caracas e la giovane musulmana Yasmina, sviluppatosi tra i vicoli di questa babele dove tutti, compresi i personaggi di questa storia, sognano una vita migliore».

Come è nata l’idea della trasposizione del romanzo al film Caracas?

«Il produttore Luciano Stella durante le riprese del mio docufilm Napoli magica mi aveva regalato Napoli ferrovia, il libro di Ermanno Rea di cui aveva acquistato i diritti, prevedendo di trasformarlo in un film. Sulla pagina scritta, gli eventi raccontati erano sostanzialmente già trascorsi – per esempio, la storia d’amore di Caracas con la ragazza di fede islamica Yasmina era descritta come già finita, mentre l’invenzione del film è stata quella di farla procedere parallelamente al rapporto tra Caracas e lo scrittore. Il romanzo era una sorta di flusso di coscienza difficile da estrapolare per immagini, ma io e Francesco Ghiaccio abbiamo trovato, in fase di sceneggiatura, una chiave adeguata di racconto nel desiderio, nell’ossessione e nella follia dell’anziano intellettuale Giordano alle prese con la scrittura del suo libro – che è poi è esattamente quello che è accaduto a Ermanno Rea nella realtà. Il personaggio di Caracas è ispirato a un uomo realmente esistito a Napoli, un militante di estrema destra che era sul punto di convertirsi all’Islam quando Rea l’ha conosciuto. Fascismo e Islam, di solito politicamente distanti, possono convivere in un’unica persona perché sono due filosofie di vita basate sul rispetto delle regole e sulla fratellanza, che rende l’individuo parte di un gruppo e lo fa sentire meno solo. E Caracas è davvero solo».

Che cosa aveva scoperto di nuovo nel libro?

«Mi aveva colpito molto la storia che si snodava attraverso temi, luoghi e personaggi di una Napoli mai vista prima: con questa novità bisognava fare i conti. Da almeno dieci anni Napoli è la città più raccontata in Italia e, per un autore, l’opportunità di trovare qualcosa di inedito è sempre affascinante. Per quello che mi riguarda, mi aveva rapito il senso di continuo precipizio e di caduta che permeava tutto il racconto e aveva a che fare con i personaggi e le loro vicende. Ecco perché la prima scena, che dà il senso a tutto il film, è un enorme rischio. È pericoloso salvarsi la vita per un pelo, lo è l’amore tra Yasmina e Caracas, lo è l’ossessione di Giordano per la scrittura, lo è l’appartenenza di Caracas al mondo dell’estrema destra e il suo desiderio di evoluzione spirituale; questa materia è stata poi tutta elaborata creativamente in fase d sceneggiatura. Sapevamo tutti da subito che sarei stato io a dirigere il film ma, a un certo punto, i produttori Luciano Stella e Roberto Sessa mi hanno anche chiesto di interpretare il personaggio di Caracas; per quanto riguarda Toni Servillo, speravamo fortemente di averlo con noi e abbiamo scritto il copione e il personaggio di Giordano pensando direttamente a lui e alle sue corde. Toni, però, essendo un attore enorme capace di leggere e studiare la sceneggiatura fin negli angoli più nascosti, ci ha dato l’opportunità di lavorare spesso insieme per perfezionarla e approfondirla il più possibile, e tutto questo ha richiesto un tempo importante prima che lui accettasse il ruolo».

Che tipo di relazione si è consolidata tra di voi durante le riprese di Caracas?

«È complicato parlare di Servillo, per me rappresenta da tempo molte cose. Ho iniziato a recitare a teatro nella sua compagnia venticinque anni fa – l’ho sempre visto e sentito come il mio maestro, ma in modo inconsapevole: Toni non ha mai avuto e non ha nessuna pretesa di insegnare, ma lo ha fatto e lo fa quotidianamente con il suo impegno e il suo esempio. Mi ha fatto capire l’importanza della cultura e del sapersi confrontare su temi diversi, ma soprattutto è la persona che mi ha complicato la vita: quando sei al fianco di un artista così enorme ti senti davvero piccolo e questo mi ha sempre spinto ad andare avanti, a migliorarmi e a studiare. Il suo è sempre stato un esempio di super professionismo mai distaccato dall’umanità e, di questo, gli sono molto grato».

PATRIZIA PERTUSO

27 Febbraio 2024 ( modificato il 26 Febbraio 2024 | 17:36 )
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