25 novembre
5:00 am, 25 Novembre 21 calendario

Una Giornata contro l’amore malato di chi uccide una donna

Di: Patrizia Pertuso
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ROMA In una donna nasce piano. Si nutre di silenzi da una parte, e di dita puntate contro dall’altra. Cresce tra disistima e ignoranza, parole e urla, sottomissioni psicologiche e potere narcisista. Infine scoppia. Le parole diventano azioni, Le mani, armi. Il 25 novembre è la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, istituita dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 1999. (https://it.wikipedia.org/wiki/Giornata_internazionale_per_l’eliminazione_della_violenza_contro_le_donne)

Il 25 novembre

Questa data segna l’inizio di due settimane dedicate alla lotta contro la violenza di genere: il 29 novembre si celebra il Women Human Rights Defenders Day (WHRD), il primo dicembre, la Giornata mondiale contro l’AIDS e il 6 dicembre l’anniversario del massacro del Politecnico di Montreal, quando 14 studentesse di ingegneria furono uccise da un 25enne che affermò di voler “combattere il femminismo”.

Le due settimane si concludono il 10 dicembre con la Giornata per i diritti umani, promossa nel 1991 dal Center for Women’s Global Leadership (CWGL) e sostenuta dalle Nazioni Unite.
Perché di diritti umani si tratta, non solo di donne.

I numeri delle vittime in Italia

Tra il primo gennaio e il 7 novembre di quest’anno, come riporta il report sugli “Omicidi volontari” curato dal Servizio analisi criminale della Direzione centrale della polizia criminale, in Italia ci sono stati 247 omicidi.

Secondo i dati del Viminale, 92 omicidi sono stati perpetrati in ambito familiare e 63 donne sono state uccisa da partner o ex partner.

In 11 mesi del 2021, in Italia le vittime di quello che per alcuni è “solo amore” sono state 108, una donna ogni tre giorni.

Secondo i dati Istat, le vittime di omicidio volontario nel 2019 erano state 111, lo 0,36%, 100 mila persone. Nel 2018 erano state 133.

I reati non si arrestano

Non bastano gli 8 marzo a ricordare che una donna è una donna. Così come non sono bastate tante battaglie combattute perché si capisse che il sesso non può essere una discriminante per giustificare la violenza.

Non è bastato nemmeno introdurre nel vocabolario la parola “femminicidio” per indicare tutte quelle donne uccise da mariti, compagni, fidanzati. I reati di genere non si arrestano.

L’ultimo caso di cronaca, Juana Cecilia

Le denunce restano spesso senza “risposte” adeguate: l’ultimo caso, in ordine di tempo, è quello di Juana Cecilia Hazana Loayza, operatrice sociosanitaria di 34 anni, madre di un bambino: è stata uccisa sabato scorso a coltellate dall’ex compagno in un parco pubblico a Reggio Emilia. L’ultima di quattro donne ammazzate in meno di una settimana in Emilia Romagna.

Juana Cecilia aveva denunciato per stalker quell’uomo verso il quale era stato spiccato un divieto di avvicinamento. Violato. Era finito ai domiciliari. Scaduti il 4 novembre. Aveva patteggiato ed era stato condannato a 2 anni. Pena sospesa. Tornato a casa, si è rimesso a cercare quella donna. L’ha incontrata l’ha ammazzata a coltellate. Qualcuno cercherebbe di giustificarlo perché anche sua madre era stata uccisa nel 2015 dal compagno. Ma la violenza è sempre ingiustificabile – deve esserlo.

Le altre vittime di femminicidio

Prima di Juana Cecilia, un lungo elenco di altre vittime: violentate, sfregiate, uccise. Perché la fine di un “amore” non viene accettata. E allora bisogna mantenere a tutti i costi quel “possesso”: un volto sfregiato è un volto marchiato. Per sempre. Come se si trattasse di un animale da allevamento sul quale si deve apporre la firma della propria appartenenza. Alla faccia della libertà e, soprattutto, dell’amore. Quello vero.

PATRIZIA PERTUSO

25 Novembre 2021 ( modificato il 24 Novembre 2021 | 20:56 )
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