Mostre Milano
12:10 pm, 25 Ottobre 21 calendario

Elena Dak: «Il mio cammino con i Rabari»

Di: Patrizia Pertuso
condividi

MOSTRE Lei, Elena Dak, è un’antropologa che studia il pastoralismo nomade. Lui, Bruno Zanzottera, è un famoso fotografo e video maker appassionato di viaggi. Dal loro incontro nascono prima un libro e poi la mostra Ancora in cammino – In migrazione con i pastori Rabari che, fino al 3 novembre, sarà visitabile nella Sala Colonne della Fabbrica del Vapore.

I Rabari sono pastori dell’area del Gujarat, una regione indiana ai confini con il Pakistan, che si spostano alla ricerca di nuovi pascoli per i loro animali. «Il flusso migratorio – spiega Elena Dak – dura 8 mesi e vi partecipano due o tre famiglie per volta per evitare un sovraffollamento nella dislocazione delle greggi. Ciascuna famiglia è composta da padre, madre e figli, ma durante la migrazione possono cambiare: a volte si aggiungono a loro anziani, cugini o altri parenti che entrano a far parte del gruppo al posto di qualcun altro».

Dottoressa Dak, come è nata questa idea di seguire i pastori Rabari?
«Nel 2016, ero in Gujarat e stavo bevendo un tè in un’area di servizio mentre ho visto un gruppo di donne che camminavano su bordi dell’autostrada con animali e oggetti domestici al seguito. L’immagine di questi pastori migranti che non si muovevano per i campi ma in un contesto urbanizzato e industrializzato come l’autostrada è stata talmente stridente che ho deciso di tornare in India e iniziare questo lavoro».

Poi ci è tornata accompagnata dal fotografo Zanzottera.
«L’ho conosciuto per caso e gli ho parlato di questo progetto: è stato lui ad autocandidarsi, affascinato dalla storia che gli avevo raccontato e dal progetto che volevo avviare. Così siamo partiti nel 2017 durante la stagione secca e nel 2018 con la stagione monsonica. Per me è stata la prima volta in cui ho condotto una ricerca sul capo con qualcuno che avesse lo sguardo non da antropologo ma da reporter».

Antropologia e reportage fotografico o riprese video: due linguaggi diversi, sopratutto per l’impatto che la macchina fotografica o la telecamera potrebbe avere nel lavoro sul campo. Impegnativo metterli insieme: le riprese hanno inciso in qualche modo sul suo lavoro da antropologa?
«Indubbiamente la presenza della telecamera o della macchina fotografica incide. L’antropologia visuale ha ormai codificato alcune tecniche attraverso le quali l’uso delle riprese può essere uno strumento non sostitutivo rispetto alla verbalità, ma certamente un qualcosa in più».

India-Gujarat. A group of Rabari Vagadia families walking in the district of Kutch, an area of ​the Indian ​Gujarat region bordering Pakistan

La presenza di un fotografo, secondo lei potrebbe “inquinare” il lavoro sul campo?
«Può creare delle difficoltà ma la nostra permanenza per due mesi è diventata per i Rabari “familiare”. Bruno poi ha una sensibilità antropologica molto accentuata e, se necessario, è pronto a rinunciare a fare il suo lavoro per non compromettere una relazione che deve durare nel tempo».

E la sua relazione con i Rabari come è stata?
«Prima dell’arrivo di Bruno molto buona: sono stata praticamente “inglobata” nel mondo delle donne. Pensi che un giorno hanno voluto addirittura vestirmi con i loro abiti, una sorta di “ufficializzazione” dell’accoglienza. Poi, con l’arrivo di Bruno c’è stata una botta d’arresto perché erano cambiate le famiglie che ci hanno accolto. Inutile illudersi che la presenza di un antropologa sul campo non si senta: i nativi sanno perfettamente chi sei e perché sei con loro. Ma, col tempo accettano che tu sia lì».

Una criticità sempre molto forte quella del rapporto antropologo/nativo…
«Nel libro ho fatto emergere proprio questo aspetto. E’ sempre necessario essere onesti, parlare, riportare tutti compreso qualche commento del tipo “Quand’è che ve ne andate?”.

India-Gujarat. Ravina, a young Rabari Debriya woman, has just awoken in her camp during their seasonal migration in the Kutch district

La mostra alla Fabbrica del Vapore segue un percorso espositivo particolare per raccontare queste migrazioni?
«C’è solo una parete con foto e testi che riproducono una carovana in cammino, dal risveglio alla sera. Il resto non ha un ordine preciso proprio perché abbiamo voluto realizzare una exhibition in cui foto e testi dialogano molto bene».

Che rapporto c’è tra immagini e testi? Glielo chiedo perché l’attenzione del visitatore viene solitamente catturata dal visuale prima che dall’aspetto testuale…
«Le immagini prevalgono sui testi che sono scritti in corsivo come se fossero appunti di un diario di viaggio e non solo correlati alla foto che accompagnano: servono ad aiutare il visitatore a capire meglio il contesto della mostra. Le immagini, invece, sono molto grandi: ci sono teli di due metri che scendono dal soffitto, foto enormi poste sui lati delle pareti ma anche al centro della Sala o sul pavimento stesso».

Quale sarà il suo prossimo viaggio?
«In febbraio partirò per una ricerca sulla comunità nomade del Ciad che segue un percorso migratorio dal nord al sud molto vario».

https://www.fabbricadelvapore.org/-/ancora-in-cammino

www.elenadak.it

PATRIZIA PERTUSO

 

 

 

 

25 Ottobre 2021
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Il giornale
Più letto del mondo