Milano
4:46 pm, 18 Giugno 15 calendario

Tim Robbins: “Col teatro salvo la gente dal carcere”

Di: Redazione Metronews
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MILANO E’ arrivato “in sordina” a Milano. E la prima cosa che ha chiesto è stata una bicicletta per spostarsi dall’hotel in cui alloggia al CRT – Teatro dell’Arte dove lunedì debutta con il suo “A Midsummer’s Night Dream” di Shakespeare. Tim Robbins e la sua Actors’ Gang lavorano insieme dal 1981 mantenendo una forte vocazione sul fronte sociale, con i carcerati e con i bambini che provengono da situazioni di disagio.
Nella sua carriera teatrale e in quella cinematografica i detenuti hanno sempre ricoperto un ruolo importante. Da cosa nasce questa particolare attenzione?
Sono cresciuto in una zona di New York in cui, in quel momento storico, molta gente non andava a scuola e finiva nei guai. Due miei compagni sono finiti in prigione. Io sono stato fortunato: ho avuto una famiglia, ma non mi sento così lontano dai detenuti.  Quando ho cominciato a lavorare con The Actors’ Gang siamo partiti con i laboratori per i bambini che frequentavano le scuole pubbliche: ci abbiamo lavorato per tre anni. Ho capito che l’arte può prevenire situazioni di degrado che portano al carcere e ho sviluppato questo progetto anche con i detenuti. La possibilità di trasformare le vite di uomini e donne era diventata una necessità di proseguire. La natura del lavoro della compagnia si basa sulle emozioni. Come per nelle scuole, questo metodo funziona anche in carcere.
Il suo metodo “The Style” è stato al centro di alcuni workshop che ha tenuto nei giorni scorsi al CRT di Milano. Ce lo spiega?
Il metodo è molto impegnativo per un attore: gli chiede di dare importanza al lavoro che fa perché il suo momento sul palco è sacro. Non serve solo un’emotività onesta ma anche una buona condivisione con gli altri per raggiungere il pubblico. La maggior parte del realismo americano del XX secolo ha costruito un muro tra ciò che accade sul palco e la. Quello stesso realismo, nel decostruire il melodramma, ha cominciato a rifiutare che in scena succedesse qualcosa.
Con il cinema è diverso perché questo mezzo di comunicazione permette di creare una maggiore essenzialità, per esempio con le inquadrature dei primi piani o soltanto degli occhi. In teatro è diverso. Per questo bisogna tornare alle origini del teatro, al suo potere sacrale. Bisogna tornare ai Greci, a Shakespeare per capire cosa è l’evento e cosa si può o non si può fare.
A proposito di origini, lei è particolarmente affascinato dalla Commedia dell’Arte…
Questa predilezione viene dal Theatre du Soleil di Ariane Mnouchkine: ci ha dato un vocabolario particolare che ci ha permesso di interpretare a livello fisico ciò che la Mnouchkine intendeva. E ci ha offerto una strada da seguire: nella Commedia dell’Arte i caratteri fissi dei personaggi permettono all’attore di essere libero dalla pressione di dover creare un personaggio a tutto tondo.
Altro suo grande amore, Shakespeare. Eppure non ha mai portato nessuna sua opera al cinema. Come mai?
Magari lo farò!
C’è qualcosa che bolle in pentola, Mister Robbins?
Non ancora. Hollywood è un ambiente difficile per creare film con visioni specifiche. A me non interessa fare qualcosa in cui mi si dice quale testo devo riscrivere o quale attore deve interpretarne il protagonista. In teatro io creo e sono completamente libero. Preferisco raggiungere 40 persone piuttosto che 4 milioni mantenendo questa mia libertà. Non voglio scendere a compromessi con Hollywood. Non mi resta che sperare che qualche folle con 10 milioni di euro arrivi e mi dica di farci quello che voglio!
Lunedì, dopo il debutto nazionale a Spoleto, il suo “Sogno” di Shakespeare debutta al CRT di Milano. Qual è la cosa più importante di tutto lo spettacolo? Il testo, la messinscena, l’emozione, gli attori….
Sicuramente la lingua e come la lingua influisce su tutto e lo modifica. Se capiamo la lingua e l’emozione che c’è dietro possiamo arrivare al teatro. Quando abbiamo cominciato non lo sapevamo. Lo abbiamo scoperto nel tempo.
PATRIZIA PERTUSO
 

18 Giugno 2015
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