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9:17 pm, 28 Maggio 15 calendario

Panatta: “Al Foro Italico non voglio tornare”

Di: Redazione Metronews
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PARIGI. È uno di quei nomi che impari a conoscere ancor prima di avvicinarti allo sport, Adriano Panatta. Se non hai vissuto la sua epopea, di lui, sai comunque tutto. Funziona un po’ come per  Rivera, Mennea, Tomba, Benvenuti, Coppi e Bartali. Perché i tuoi famigliari, che nel 1976 urlavano orgogliosi “A-dri-a-no, A-dri-a-no” dagli spalti del Foro Italico, l’hanno visto diventare prima Re di Roma e, subito dopo, trionfatore di Parigi. E sai anche che quell’anno è finito nella storia perché a Santiago, sotto il naso del dittatore cileno Augusto Pinochet, l’Italia è diventata campione di Davis con una maglia rossa addosso. 
Trovarselo di fronte, nel villaggio del Roland Garros, fa un certo effetto. Sono passati trentanove anni dal suo acuto nell’Open di Francia, ma non si direbbe. Panatta è lì, con portamento fiero e regale si fuma una sigaretta mentre aspetta di incontrare un gruppetto di giornalisti che sono venuti lì per lui, che ora fa il commentatore tecnico per Eurosport. E rompe subito il ghiaccio, il primo quindici è suo: «In questi giorni ho rivisto un sacco di vecchi amici, gente che giocava con me. Sono invecchiati, loro. Ammazza se sono invecchiati». E così, che non sia cambiato di una virgola, si capisce immediatamente, giusto il tempo di un paio di domande. Adriano scende ancora a rete e attacca senza pietà.
Parigi, 1976. Cosa le viene in mente?
Ho un ricordo bellissimo di quello che successe, ovviamente. Questo torneo è il più duro tra gli Slam, perché vincere tre set sulla terra richiede un supplemento di fatica. Credo che il Roland Garros sia il torneo più europeo, anche rispetto al classista Wimbledon, e il più ambito dai tennisti del Continente. Quell’anno vinsi anche al Foro, che si giocò solo una settimana prima, quindi arrivai a Parigi senza nemmeno riposarmi, tanto che rischiai di uscire subito con Hutka. Neanche a farlo apposta, l’ho incontrato qualche giorno fa in aeroporto.
Già, Hutka e quel salvataggio leggendario sul match point per il cecoslovacco. Ce lo può raccontare?
Io scendo a rete e lui fa un pallonetto, allora io mi salvo con una veronica ma lui gioca un passante. A quel punto mi tuffo e faccio punto.
Raccontata così sembra semplice.
È andata così.
Ma il prossimo anno ricorreranno anche i quarant’anni dalla vittoria al Foro Italico. Si aspetta una chiamata dalla Federazione per ricordare quel successo agli Internazionali?
Spero di no, non sento il bisogno di tornare. E poi, se proprio voglio andare, compro i biglietti.
Eppure nei grandi tornei, Wimbledon e Roland Garros tanto per restare nei confini europei, gli ex campioni hanno un trattamento diverso.
È un fatto di cultura, chiunque torna qui dopo aver vinto viene trattato con rispetto. È un fatto di educazione, io non ci metto piede lì (agli Internazionali di Roma, ndr). Anche se mi invitano, ringrazio ma non ci vado. Non amo essere fisicamente vicino a una persona che c’è lì.
A proposito, cosa pensa della polemica tra Binaghi, che vorrebbe più disponibilità dalle istituzioni, e Comune di Roma?
Conosco bene il Comune di Roma, l’altro non riesco nemmeno a pronunciarlo.
Allora torniamo a Parigi e alla sua superficie preferita. Lei è sempre andato meglio sulla terra, come mai?
Io sono cresciuto sulla terra battuta, e in campo mi muovevo con naturalezza, sul rosso sapevo come scivolare e come spostarmi in ogni zona. Lo stesso discorso vale anche per Yannick Noah, un mio grande amico, anche lui ha vinto qui giocando alla grande. L’erba, invece, non l’ho mai capita. E poi non era la stessa che c’è oggi, ormai giocano da fondo campo anche a Wimbledon.
Wimbledon, un amore mai sbocciato.
Nel ’78, contro Pat Dupre, l’ho buttato. È stata l’unica volta in tutta la mia carriera in cui mi sono distratto durante una partita. Fossi andato avanti, avrei vinto.
Com’è cambiato il tennis da allora?
È cambiata la velocità, come in tutti gli sport. L’Empoli di oggi va più veloce dell’Olanda di Cruyff. Non è che oggi i tennisti abbiano meno talento, semplicemente c’è meno tempo per pensare. Federer è una cosa a parte, lui è il tennis. Credo che Nadal più di Roger abbia cambiato il tennis, e prima di lui Borg. È mio amico fraterno, ma io gli dico sempre che è lui che ha rovinato questo sport, iniziando a tirare pallate da fondo. Un po’ come Lendl. Henri Leconte e Gene Mayer erano tutta un’altra storia. Ora ho un debole per Federer, lui gioca esattamente come andrebbe giocato il tennis.
Quest’anno chi vince a Parigi?
Djokovic se non vince quest’anno non vince più. Attualmente sembra davvero imbattibile, ha qualcosa in più di tutti gli altri. Fisicamente è fortissimo, ma Nadal è un bruttissimo cliente.
Fognini è già uscito, ma può dare una svolta alla sua carriera?
Gioca molto bene a tennis, ma ha qualche problema caratteriale. Secondo me, e gliel’ho anche detto, deve vedere qualche cassetta di Agassi, dovrebbe giocare come lui, molto dentro il campo e dovrebbe comandare lo scambio. Giocare d’anticipo è difficile, ma lui lo può fare.
Lei, invece, come si trova nei panni del commentatore con la squadra di Eurosport?
Mi diverto tanto, lo faccio alla mia maniera, non risparmio nessuno. Se un tennista fa una stupidaggine lo dico senza problemi. E poi con Gianni Ocleppo mi trovo alla perfezione, mi segue, sono pur sempre il suo capitano di Davis.
Quindi non c’è possibilità di vederla nei panni del coach?
No, il concetto di coach oggi è molto strano. Non mi vedo a seguire un giocatore per tutto l’anno, a fargli da maggiordomo. Ecco, gli allenatori che vedo in giro spesso somigliano più a delle dame di compagnia. Che poi, questi stessi signori, spesso sono stati giocatori mediocri, gente che nemmeno conosco. E invece anche i giocatori più forti del mondo hanno bisogno di imparare. Certo, uno come Becker di sicuro ha molto da insegnare, ma pochi hanno il suo carisma e il suo passato da giocatore.
Dei grandi ex, frequenta ancora qualcuno?
Qualche tempo fa ho giocato con McEnroe. Abbiamo fatto coppia nel doppio di un torneo di esibizione, stavamo andando bene ma siamo usciti in semifinale. La verità è che abbiamo perso perché lui non ha tenuto il servizio, ma John non l’ha mandata giù e piantato il suo solito casino prendendosela con tutti. Qualche giorno più tardi gli ho scritto per ringraziarlo. Lui mi ha risposto contraccambiando. E poi ha chiuso dicendo: “scusa se ho perso il servizio, è stata colpa mia se abbiamo perso”.
Ancora ci stava ripensando.
John è così, per certi versi è rimasto bambino. Lui ancora oggi, nei tornei di esibizione, si impegna alla stessa maniera di quando giocava. Anche perché c’è qualche tennista che proprio non sopporta e fa di tutto per batterlo.
Chi è che non sopporta McEnroe?
Connors e Lendl. E ha ragione.
E Borg? 
Un amico. Un grandissimo amico, ancora oggi ci divertiamo quando stiamo insieme. Anche se ci sono stati dei momenti in cui l’ho odiato.
Quando?
A Marbella, dovevamo giocare contro e in ballo c’erano un sacco di soldi. La sera prima dell’incontro aveva bevuto troppo a cena, io l’ho riportato a spalla in camera. Il giorno dopo mi ha spazzato via in due set, lui se la rideva e io al cambio di campo lo insultavo e gli sputavo.
Chi è il tennista più scarso che ha affrontato?
Non posso dirlo.
Tanto non si offende nessuno, può dirlo.
No, è un discorso diverso. Non posso dirlo perché non voglio nominare quella persona. Parte tutto da lì, quando uno è una pippa, poi se lo porta dietro per tutta la vita.
FLAVIO DI STEFANO

28 Maggio 2015
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