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Addio a Pagnozzi Istituzioni assenti

MILANO Lunedì pomeriggio, a Milano, nella chiesa di San Giovanni in Laterano di via Pinturicchio, si sono svolti i funerali di Antonio Pagnozzi. Alla sola presenza, occorre dire, di pochi intimi, senza un segno visibile, benché minimo, di quelle istituzioni che Pagnozzi ha servito per tutta la vita: la Polizia di Stato, la questura di Milano.

Eppure Pagnozzi, scomparso venerdì scorso a 84 anni, avrebbe meritato uno sforzo di memoria. Uomo gentile, elegante, cultore della musica classica, laureato in legge, è stato un investigatore di razza. Assegnato nel ’67 all’Ufficio politico (la futura Digos) di via Fatebenefratelli, lavorò gomito a gomito con Luigi Calabresi. A Milano, sua città d’adozione, sarebbe rimasto più di vent’anni, attraversando la stagione più drammatica del Paese: la strage di piazza Fontana, il terrorismo, la grande contestazione, l’uccisione del collega e amico Luigi, la criminalità più efferata, da quella dei Turatello e dei Vallanzasca a quella “organizzata”. Fu, per un decennio, uno storico capo della squadra mobile, e tra i primi, il 28 maggio 1980, ad accorrere in via Salaino, dove avevano ammazzato Walter Tobagi. Fu anche questore di Cosenza, Pavia, Genova, Roma, dirigente della Criminalpol, prefetto di Vercelli e di Lecco.

Gemma Calabresi, vedova del commissario assassinato, ha pubblicato, sul “Corriere della sera” di sabato scorso, un commovente necrologio: «Nel ricordo di Antonio, amico leale e generoso del nostro Gigi».

In chiesa, con la moglie Stefania, la figlia Chiara, qualche vecchio collega, qualche amico, non c’era una sola divisa. Non il questore Sergio Bracco, non il prefetto Renato Saccone, né alcuno in loro rappresentanza. «Eppure mio marito», ci ha detto la signora Stefania con voce incrinata dalla commozione, «all’Amministrazione ha dato tanto».

Le ceneri di Antonio Pagnozzi saranno portate a Cervinara, nell’avellinese, suo paese d’origine.

SERGIO RIZZA    

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