Opinioni

Erdogan e gli altri Il neottomanesimo del Sultano

Maurizio Zuccari

Le prime cannonate sono piovute a fine settembre, nel Nagorno Karabakh. Da settimane allegri gitanti affollavano i voli charter da Tripoli a Baku, in mascherina e pollice alzato. Dopo settimane di scontri, i cannoni non tacciono nell’enclave armena nel cuore dell’Azerbaigian, ma la soluzione a un conflitto che insanguina il Caucaso da un secolo non sarà militare, come speravano gli azeri, sostenuti dall’alleato turco. 
Baku non molla quelli che considera suoi territori integranti ed Erevan difende coi denti. Un fazzoletto di terra montuosa, 150mila abitanti che la guerra civile alla dissoluzione dell’Urss ha ridotto di un quinto e, da allora, i ricorrenti conflitti - l’ultimo del 2016 - insanguina periodicamente. 
Baku ha ottenuto risicate vittorie territoriali, l’offensiva condotta grazie all’aiuto di Ankara si è fermata ai primi contrafforti montuosi e i due ministri degli esteri armeno e azero sono stati costretti a sedersi allo stesso tavolo dal loro omologo a Mosca, per una tregua che ferma soprattutto l’attivismo di Erdogan. Confermando che l’orso russo mal tollera guerre alle porte di casa e per una volta l’Occidente - Francia e Usa unite alla Russia nel gruppo di Minsk - è con Putin. 
È il neottomanesimo del sultano, più che il ritorno di Stepanaterk sotto bandiera azera, che preoccupa Mosca come Washington. 
Erdogan ha portato i turchi allo scontro in Siria contro Assad e i curdi, di fatto contro Russia e Stati Uniti, guadagnandoci una fascia settentrionale di tutto rispetto. Ha spazzato da Tripoli i carri armati di Haftar, rispedendoli in Egitto. Fa la voce grossa nel Mediterraneo contro la Grecia, e impegna i mercenari già siriani nel Nagorno, in nome della comune fratellanza musulmana contro la minoranza cristiana dello staterello armeno. 
Continuerà a darsi da fare finché, come il rospo della favola, farà un salto troppo lungo per le sue gambe, o ingoierà tanto da fare il botto.

MAURIZIO ZUCCARI

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