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La vera pandemia è la solitudine digitale

Libri/Giorgio Nardone

Chi almeno una volta nella vita non si è sentito solo, solissimo? Una solitudine che oggi ci accomuna sempre di più come individui e in ogni parte del mondo è diventata un vero “mal di vivere”. Ma come è possibile in un’era dove siamo costantemente interconnessi, dove possiamo metterci in comunicazione con gli altri, anche lontanissimi da noi, quando e come vogliamo? Se lo domanda – e da anche tutte le risposte - lo psicologo e psicoterapeuta Giorgio Nardone nel suo ultimo saggio “La solitudine. Capirla e gestirla per non sentirsi soli” (Ponte alle Grazie).

Professor Nardone, nel suo libro lei parla di una solitudine sofferta e di una solitudine felice. Qual è la condizione di entrambe?
 «La solitudine felice è la condizione del pensatore, chi la cerca vuole elevare le proprie capacità di osservazione. È una solitudine per scelta, consapevole e per questo non è mai subita. La solitudine sofferta invece è la solitudine non voluta. È quella che distrugge l’animo e fa nascere anche delle risposte patologiche».

Il centro del suo saggio riguarda la solitudine nel comunicare: sempre più connessi agli altri, sempre più soli. Come è possibile?
 «Questa è la vera pandemia, il virus che oggi ha contagiato tutto il mondo. È quella che io chiamo “la costruzione della solitudine pur essendo super social”. Avviene quando io esisto, fondo le basi della mia esistenza per quanto sono presente sui social o quanto ricevo conferma della mia desiderabilità attraverso la comunicazione data dalle chat sul cellulare».

Cosa succede se non mi arriva quella che lei chiama “verifica di desiderabilità”?
 «Una persona crolla nella disperazione, avverte uno stato di solitudine, si sente perso. Finisce che metterò la maschera che mi rende più desiderabile, quella che mi fa prendere più “like”».

 In questa società iperconnessa, chi sta bene da solo non rischia di provare un senso si inadeguatezza?
 «No, se è una decisione presa consapevolmente. Se io scelgo di non esserci, sui social, non mi sento solo. Il problema è quando non riesco ad esserci e vorrei esserci».  

ANTONELLA FIORI

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