Spettacoli

Muratti:«Restiamo in apnea ma non anneghiamo!»

Lory Muratti Tibe

MUSICA Polistrumentista, producer, scrittore e regista, nato e cresciuto tra i laghi lombardi, Lory Muratti, firma per anni i suoi lavori come “Tibe”, facendosi conoscere nel mondo alternative rock grazie a un sound evocativo. Nel 2005 il suo 1° romanzo Valido per due che si traduce in un tour di spettacoli teatral-musicali. 

Il 30 ottobre esce “Lettere da Altrove”. Come nasce il progetto?
«Le 8 canzoni dell’album ripercorrono la storia da me pubblicata a puntate durante l’isolamento di primavera. Video dove la parole scorrevano sullo schermo accompagnate da una colonna sonora originale. Una produzione realizzata con la complicità di Riff Records e del laboratorio creativo the house of love in modo istantaneo poiché nata dal desiderio di non lasciar passare quel tempo senza averlo trasformato in qualcosa che valesse la pena per me ricordare».

Lory Muratti, è pesato l’isolamento?
«Restare a ogni costo collegato a una “presenza social” non è mai stato per me prioritario e ancor meno mi è parso fosse sensato in quel momento. Scrivere ed elaborare il silenzio attorno, era ciò che sentivo di dover fare. Ho iniziato a immaginare che, anche nella dimensione intima e solitaria in cui ero confinato, nella miniatura del dialogo a due con una figura femminile che si fa creatura della mente, avrei potuto trovare una dimensione corale. Occuparmi del piccolo per raccontare qualcosa di talmente grande da non essere intellegibile; parlare dell’individuo, della sua anima...era la fascinazione che mi muoveva e che, allontanandomi da tutto, mi portava in vicino ai sentimenti che molti di noi hanno vissuto in quei momenti. Da questo esperimento di “produzione e pubblicazione istantanea” alla costruzione di un album il passo è stato breve».

L’album è anticipato dal singolo Giorni Deserti e direi che ci risiamo: niente live e siamo di nuovo in gabbia.
«Ho sperato che non si sarebbe più verificato un nuovo stallo di tutto il mondo culturale. Stallo che, aggiungendosi alle enormi difficoltà di molti settori, ci mostra un quadro preoccupante. Desideravo per tutti che i Giorni Deserti di cui suono e racconto nelle mie Lettere da Altrove restassero confinati alla dimensione narrativa e immaginifica. Quei giorni tornano invece a farsi tridimensionali portandoci a cercare nuove strade d’incontro col pubblico, a rivedere i programmi. Nonostante i live si siano rivelate i meno soggetti al rischio contagio, ci viene imposto di rinunciare al contatto più importante, quello con la nostra interiorità condivisa». 

Che fare, come reagire?
«Occorre rinvenire una buona dose di forza tenendo lo sguardo verso l’alto in attesa di coprire le distanze per trasporle in una serie di eventi dal vivo che, io e il mio staff, stiamo programmando per primavera. Come ripeto citando il videoclip di Giorni Deserti: restiamo in apnea, ma non anneghiamo».

Della track-list dell’album qual è la tua canzone preferita? E la più “sofferta”?
«Un paio di notti nel nulla è il brano che mi ha lasciato più stupito per il suo essersi costruito da solo. Succede di rado che arrangiamenti, parole, distribuzione delle parti e sonorità che affiorano alla mente durante la composizione vadano poi a incastrarsi in modo del tutto naturale nel prodotto finale e soprattutto trovando in modo spontaneo la loro strada. In questo caso è andata così e quello che è scaturito da questo processo è un brano di 2 minuti e mezzo che si fa sintesi di quasi tutti gli aspetti, musicali e letterari, che compongono l’album. Dove siamo sempre stati è invece di certo più “sofferto”. In termini emotivi tocca in modo vivido il tema dell’assenza (da sempre molto caro alla mia produzione artistica) e scioglie i nodi fondamentali della narrazione che guida tutta la track-list. In “Lettere da Altrove” ogni brano traporta infatti l’ascoltatore, passo dopo passo, attraverso la storia di due amanti che si ritrovano imprigionati in un ex ricovero barche ad affrontare e gestire i loro continui cambi d’umore, i fantasmi del passato e un sottile equilibrio che inizia a vacillare quando il mondo oltre la collina si ferma di schianto a causa di una misteriosa epidemia. Il finale si annida in questo tessuto musicale e letterario e porta con sé una forte carica emotiva che è stato intenso tradurre in musica».

Abituato a coniugare musica e narrativa, a viaggiare da Londra a New York, passando per Venezia e attraversando il Belpaese per presentare i suoi lavori: com’è cambiato, a suo avviso, il mondo dello spettacolo nell'era covid?
«I cambiamenti sono ancora in corso e decifrarli è  complesso. Comunicare e lavorare a distanza è diventata la norma. Trasmettere emozioni soltanto in questa forma è però manchevole di molti aspetti. È naturale attendere di poter ascoltare in concerto un artista che abbiamo conosciuto “a distanza” grazie alla sua musica e quell’incontro “in presenza” è sempre stato (e sempre sarà) di fondamentale importanza per poter chiudere il processo creativo che si completa nell’incontro col pubblico. L’incontro è la chiusura del cerchio, senza l’incontro siamo in assenza di scambio e se non vi è scambio, cade una buona parte delle ragioni per produrre bellezza e diffonderla. Per questo ho voluto dare a queste canzoni la forma di “lettere” scritte dal futuro ricordando questi giorni come fossero già passati. Lettere che, in quanto tali, sono pensate per essere spedite e fatte viaggiare al nostro posto». 

Dietro ogni lettera che si scrive c’è sempre l’attesa di una risposta, una speranza.
«Quel che spero è che a queste missive giunga risposta in qualsiasi forma e che diventino così delle vere corrispondenze tra me e chi ascolterà. Fino a che cercheremo la strada per chiudere il cerchio creativo, nulla ci potrà davvero separare«.

Un progetto, un sogno nel cassetto?
«Il cassetto dei progetti da realizzare è diventato nel tempo un’intera stanza dove si annidano visioni che, poco per volta, riprendo fra le mani provando a dar loro vita. Una di queste è fortemente legata al viaggio e, in questi mesi di immobilità, è  cresciuta fino a farsi prioritaria. Si basa sul presupposto di trovare il coraggio di partire a bordo di un’auto carica di strumenti ed effetti personali per suonare in solitaria restando in viaggio tutto il tempo che sia possibile conquistare in termini di sostenibilità economica grazie alle esibizioni che di volta in volta cercherei di procurarmi sul tragitto. Non sono mai stato particolarmente vicino alla dimensione del busker e della street performance, ma il viaggio come ricerca e scoperta è sempre stato alla base del mio modello espressivo». 

La meta finale del viaggiatore?
«In questo progetto vagabondo, la fascinazione principale è quella di procedere senza una meta, carico solo di parole e musica raccolte negli anni per lasciarsi guidare dalla strada verso luoghi in cui portare questo bagaglio da scambiare con nuove rivelazioni. Sarebbe bello festeggiare così la fine di un confinamento globale».

 

 

ORIETTA CICCHINELLI

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