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La crisi del coronavirus scaricata sugli autonomi

Coronavirus

La crisi causata dalla pandemia ha fatto sentire in modo immediato i propri effetti sul lavoro autonomo, mettendo ulteriormente a rischio la stabilità di un comparto che già il default del 2008 aveva fortemente ridimensionato. Su 841 mila posti di lavoro persi tra il secondo trimestre 2020 e lo stesso periodo dell’anno precedente, ben 219 mila hanno riguardato il lavoro indipendente, che è passato da 5,4 a 5,1 milioni di occupati, con un calo del 4,1%. È quanto rileva la Fondazione Studi Consulenti del Lavoro nel focus “La crisi senza fine del lavoro autonomo”, sulla base dei dati pubblicati recentemente dall’Istat, che sarà presentato il 23 ottobre in occasione del Festival del Lavoro 2020, in diretta sul sito www.festivaldellavoro.it.

Nonostante le misure messe in campo negli ultimi mesi dal Governo per sostenere il lavoro in proprio – come il bonus autonomi – il blocco delle attività ha inciso fortemente sui redditi familiari: il 79% dei liberi professionisti ha subito una diminuzione delle entrate tra aprile e maggio, superiore al 50% per il 35,8%. A frenare la ripresa l’adozione tra il 2010 e il 2019 di politiche volte quasi sempre a sostenere solo il lavoro dipendente e il mancato ricambio generazionale, che hanno così progressivamente ridotto la propensione al mettersi in proprio. Più volte in questi mesi i Consulenti del Lavoro hanno fatto presente che sarebbero stati i lavoratori autonomi a pagare il prezzo più alto della crisi socio-economica innescata dalla pandemia da Coronavirus. Inoltre, sono soprattutto i lavoratori autonomi con dipendenti a registrare perdite più significative, con oltre 67 mila lavoratori in meno tra il 2019 e il 2020. Necessario, dunque, secondo la Categoria, fare scelte di lungo periodo per sostenere maggiormente il lavoro autonomo e, di conseguenza, far crescere i livelli occupazionali ad esso collegati. AN

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