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Riina in tivù che noia

opinioni/PAOLA RIZZI

Ho guardato l’intervista di Vespa al figlio di Riina, contribuendo così ad alzare lo share di un progamma che non guardo dall’ultimo plastico di Cogne. Al solito Vespa era troppo vellutato,  nonostante il tentativo di infilare qualche domanda vera qua e là, ma forse con un tono un po’ troppo interdetto, di fronte alla faccia di gomma del giovane pregiudicato per associazione mafiosa che non sa cos’è la mafia e che non giudica mai il babbo ma lo ama e basta. Che noia. Ne ho dedotto che la vita privata della famiglia Riina debba essere stata come quella pubblica quanto a omertà se è vero che in casa non si chiedeva mai niente, non si parlava di niente, si guardava in tv la strage di Falcone in silenzio. Insomma il vuoto o piuttosto una brutta fiction inventata a bella posta. Ho creduto di notare un rossore sul viso impassibile mentre il giovanotto guardava le immagini delle stragi di Capaci e via D’Amelio, ma ciò non ha prodotto nulla di significativo. Il giovane Riina si è mostrato vacuo,  poco interessante e nemmeno capace di elaborare un’immagine accattivante del suo amato papà, che gli ha consentito di fare una “vita piacevole”. Se era un’operazione di marketing, di sciacquatura nella melassa dei sentimenti di tutto il sangue versato, il lato umano della ferocia, non è riuscita, non poteva riuscire e ha prodotto l’effetto contrario. Quindi bene.

L’indignazione delle vittime non è in discussione. Ma ho trovato più grave e indegno che nella trasmissione della Leosini si desse voce  al mandante dell’aggressione di Lucia Annibali, sfregiata dall’acido per ordine del suo ex Luca Varani, a processo ancora in corso. La televisione tutta ama sempre di più i cattivi e mortifica le vittime, celebra processi inquinando il clima, se non le prove e questo produce share, perché piace anche a noi pubblico, o almeno una cospicua fetta. Qui almeno la storia e la verità  giudiziaria sono un dato di fatto e un punto di non ritorno, una certezza che nemmeno Salvuccio di papà ha provato a scalfire.

Comunque il surreale storytelling dei mafiosi in tivù c’è sempre stato: forse non a caso, contemporaneamente a Vespa, su Rai Storia si parlava del rapporto con la tivù dei vecchi boss mafiosi, Luciano Liggio  e Raffaele Cutolo intervistati da Biagi  e da Marrazzo, di come dopo il silenzio avessero deciso di parlare, di usare questo strumento per mandare messaggi, sul grottesco refrain che la mafia non esiste.  Pezzi di televisione e di storia che vale la pena riguardare per capire chi erano loro e chi siamo noi. Con la considerazione a latere che certo, Vespa non è Biagi.

PAOLA RIZZI
@paolarizzimanca

 

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