L’informatica e la nuova era di anglicismi: pigrizia o esaltazione?

Che il nostro Paese non sia nuovo ad esposizione di decine di termini inglesi non tradotti è cosa nota ma forse in questi ultimi anni la smania di usare termini tecnici apparentemente intraducibili sembra qualcosa che fa tendenza. 

Cominciamo dagli albori, dal semplice termine computer. In Francia si chiama ordinateur, in Spagna ordinator. In Italia? Semplice: computer. Io solitamente lo indico come calcolatore e durante le lezioni di informatica a scuola diventa “macchina”. 

Memorabile rimane negli annali della storia dell’informatica l’incidente linguistico della IBM nei primi anni 80 quando nel manuale d’uso dei primi calcolatori spiegava “come cambiare la palla al topo”, traducendo alla lettere il termine mouse. Non avevano immaginato, alla IBM, che, a differenza che in Francia (souris) e in Spagna (ratòn), in Italia questo termine rimane tale e quale. 

Potremmo continuare con una carrellata di decine di termini tecnici, tutti tradotti altrove tranne che in Italia. Ci si chiede se tutto questo sia frutto di uno scarso interesse per la propria lingua o di pigrizia linguistica. 

Anche termini come “download” hanno le loro facili traduzioni letterali in Francia e Spagna.

Volendo arrivare più vicini ai nostri giorni i termini “cool” anglofoni hanno popolato anche il linguaggio tecnico in altri settori. Così una soluzione intelligente rimane “smart” e se ne chiedi il significato pochi rispondono. Anche la politica e soprattutto l’economia sono intrisi di terminologie non tradotte. Tanto fa “tendenza”. Quindi spesso si viene invasi da parole come spread, trend, welfare, coding, e-portfolio, jobs act  senza magari conoscerne il vero significato quando suonerebbe meglio all’orecchio l’esatta traduzione in lingua italiana. Ma in Italia, si sa, usarli è sinonimo di ostentazione di competenze e che importa se alla fine il termine non arriva diretto al destinatario? Forse importa più far notare la differenza!

Non conosco  la lingua francese e neanche quella spagnola perciò mi sono dilettato a fare un paio di ricerche almeno per la mia disciplina e ho scoperto che browser in Francia è “navigateur” ma da noi rimane uguale. Anche desktop, che ai più grandi ha fatto storcere molto il naso, in Francia si chiama “bureau”. Non sarebbe stato male chiamarlo scrivania in Italia ed evitare che nelle prime assistenze telefoniche ci si perdesse in inutili giri di parole per descriverlo? Perché anziché fare un “backup di tutte le directory presenti sul desktop e mandarlo in upload” forse poteva essere più chiaro poter dire di “fare una copia di sicurezza di tutte le cartelle sulla scrivania e condividerle”.

Blog di: 
Salvo Amato