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La Serrano ci racconta lo strazio del lutto

Libri/Marcela Serrano

Un braccio che ti viene staccato. Un pezzo di te che non esisterà più e a cui sei stato legato tutta la vita. È difficile trovare libri sul lutto per la perdita di una sorella o un fratello: Marcela Serrano, grande scrittrice cilena ne Il mantello (Feltrinelli, p. 176 euro 15), attraversa lo strazio della perdita per cancro di Margherita, sorella da cui la divideva solo un anno – in tutto sono cinque sorelle - e a cui era legatissima. Un memoir in cui la scrittrice abbraccia il suo dolore e usa la scrittura come strumento di salvezza.

Qual è stata la gioia di crescere con quattro sorelle?
«Godere dell'unione di cinque fantasie. Trascorrevamo molto tempo in un luogo selvaggio. Oltre a vivere a cavallo, facevamo spettacoli teatrali, recitavamo poesie, parlavamo. Abbiamo anche imparato a combattere, a difenderci e ad essere complici».

 Lei sottolinea che non ci sono parole per descrivere la perdita di una sorella.
«Sì,  rispetto ad altre perdite dolorose - un compagno, una madre, un padre,  - la morte di una sorella ti lascia “senza nome”. Non sei un’orfana, non sei una vedova, non sei niente. È una mancanza di vocabolario che ha a che fare con le relazioni orizzontali, quelle verticali ti danno sempre un’identità. Questa parità, il fatto che sia la stessa linea di vita della tua, ti costringe a chiederti: perché lei e non io?».

Cosa la univa a Margherita?
«Tutto. Avevamo un anno di differenza di età, era la mia compagna di giochi durante l'infanzia, un legame che è cresciuto nell'adolescenza, in gioventù. Poi ognuno ha preso strade diverse ma sempre solidali con la vita l’una dell'altra».

Lei racconta dell’albero dei Toraja, una tribu indonesiana che avvolge il corpo del  morto in un albero che pian piano diventa tutt’uno con la persona scomparsa.
«Quando ho letto il libro di Philippe Claudel “L’arbre du Pays Toraja” in cui si parla di questo rito stavo scrivendo “Il mantello”. Ho capito da cosa derivava il suo bisogno di avvolgere il corpo del suo amico scomparso in qualcosa. Io stavo già usando la mia scrittura per avvolgere il corpo di Margaret. L'albero dei Toraya, il mio mantello, è stata proprio la scrittura».

ANTONELLA FIORI

 

 

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