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Meno infezioni in ospedale con la sanificazione PCHS

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“Abbiamo trattato un argomento importantissimo, i metodi che abbiamo per contrastare le antibiotico-resistenze e le infezioni in ospedale, che sono un problema enorme, globale. Solo nell’Unione europea si parla di più di 4 milioni di pazienti ogni anno che ne contraggono una, con oltre 33 mila morti, che potrebbero essere evitati, e più di 1 miliardo di euro di spesa sanitaria collegata proprio alla gestione di questa emergenza". È quanto ha dichiarato Elisabetta Caselli, Professore associato di Microbiologia presso l’Università di Ferrara, tra gli autori della ricerca sulla resistenza antimicrobica, realizzata grazie alla collaborazione tra diversi Atenei e Ospedali italiani, presentata ieri in un web congress tenutosi all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma.  "Perché parlarne adesso, in un periodo in cui dover gestire anche l’emergenza Covid? Perché di fatto diversi documenti emessi anche dall’Organizzazione mondiale della sanità ci ammoniscono sul rischio dell’utilizzo eccessivo anche di disinfettanti e antibiotici che in questo periodo viene fatto, perché questo potrebbe ulteriormente aggravare la situazione dell’antibiotico-resistenza e quindi delle infezioni correlate”.

Lo studio ha portato a sviluppare un nuovo metodo per la prevenzione delle infezioni nosocomiali con l’utilizzo del sistema di sanificazione PCHS (Probiotic Cleaning Hygien System), innovativo rispetto ai metodi di pulizia e sanificazione tradizionali basati sui disinfettanti chimici, ideato e realizzato da Copma ed utilizzato anche dal Policlinico Gemelli per le operazioni di pulizia e sanificazione dei propri ambienti. “Il rischio è quindi gestire oggi l’epidemia in emergenza senza pensare ad una pandemia futura dovuta ad infezioni e antibiotico-resistenze che potrebbe essere anche peggiori in termini di numeri. Noi ci siamo occupati di uno dei tasselli importanti nella lotta all’antibiotico-resistenza, ovvero la sanificazione ambientale. Il modello di riferimento utilizzato è stato quello dell’equilibrio del microbiota, acquisizione ormai data per scontata per quanto riguarda gli organismi viventi, ma il concetto è meno conosciuto se ci si occupa dell’ambiente costruito, che invece attualmente è proprio considerato come un superorganismo con il suo proprio microbiota. Ci siamo quindi chiesti come potevamo riequilibrare questo microbiota dell’ospedale introducendo delle specie benefiche di probiotici, come si fa appunto nell’intestino di una persona, in modo da spiazzare le specie potenzialmente patogene”, aggiunge.  “Si è trattato di un lavoro durato oltre 10 anni e i numeri - ottenuti in studi multicentrici, che hanno visto il coinvolgimento di diversi ospedali e università italiani – che si riesce ad eliminare oltre l’80% in più di patogeni rispetto alla sanificazione chimica e che questo dato si associa effettivamente ad una diminuzione delle infezioni di oltre il 50%, valore che neanche noi inizialmente ci aspettavamo, in associazione tra l’altro a un calo dell’antibiotico-resistenza dei germi presenti al livello del microbiota ospedaliero”.  FP

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