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Bancarelle, il racket delle postazioni

Roma

ROMA Imponevano le “tariffe” agli ambulanti per evitare le rotazioni e garantire loro le postazioni migliori. Se qualcuno si rifiutava si passava alle violenze, e chi non poteva pagare doveva rivolgersi a un’agenzia di viaggi dell’Esquilino che offriva prestiti a tassi da usura.

C’è di tutto nell’inchiesta condotta dalla Guardia di Finanza e dalla polizia locale, che ha portato all’arresto di 18 persone (otto in cella e 10 ai domiciliari), tra dipendenti comunali, commercianti ambulanti e sindacalisti di categoria. Sequestrati anche beni per un milione di euro.

Tra i nomi spiccano i fratelli Dino e Mario Tredicine, imprenditori legati alla storica famiglia di imprenditori itineranti, e Alberto Bellucci, dirigente dell’Ufficio disciplina e rotazioni del commercio ambulante dal 1990 al 2018.

Secondo l’accusa quest’ultimo era «asservito» agli interessi dei due, ai quali scriveva addirittura i ricorsi contro le rotazioni sui quali sarebbe poi stato chiamato a esprimersi. L’inchiesta è partita da un ambulante bengalese, costretto a pagare 60 mila euro l’anno, oltre al prezzo regolare dell’affitto per le postazioni, per evitare le rotazioni e mantenere le piazzole migliori, anche dopo aver manifestato l’intenzione di cambiare lavoro. Ma erano graditi anche pasti, abiti griffati e abbonamenti allo stadio.

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