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Smart working, è già boom di ricerche di case di campagna

Lavoro

Il ciclone coronavirus ha bombardato il mondo del lavoro e, come sappiamo, sta svuotando le città, spingendo chi può continuare a lavorare in smart working a lasciare i centri urbani. Lo mostrano ancora una volta due dati diffusi giovedì mattina.

Da una parte quelli drammatici comunicati dall'Inps che accanto alla certificazione dell'exploit degli ammortizzatori sociali (2.539,9 milioni di ore di cassa integrazione somministrati tra aprile e luglio) illustrano il crollo drammatico del 43% delle assunzioni attivate dai datori di lavoro privati nei primi cinque mesi del 2020. Una contrazione che ha riguardato tutti i tipi di contratti ma in particolare quelli a termine  (stagionali, intermittenti, somministrati, a tempo determinato). Crollate del 31% anche le trasformazioni in tempo indeterminato tra gennaio e maggio (229mila in tutto). 

Ma per chi il lavoro c'è l'ha ancora è in corso la rivoluzione smart working. «Dobbiamo fare una legge. Il 24 settembre con la ministra del Lavoro Nunzia Catalfo  abbiamo convocato una riunione con le parti sociali per ragionare sul futuro dello smart working che come tutte le innovazioni  presenta rischi e e grandi opportunità» ha annunciato giovedì mattina la sottosegretaria  al Lavoro Francesca Puglisi. Una novità che presenta lati oscuri, come ha sottolineato anche l'economista Carlo Cottarelli: «Dallo smart working ci sono grossi vantaggi in termini di riduzione dei tempi di spostamento e di flessibilità ma bisogna vedere poi come le imprese e i lavoratori si adattano» afferma osservando che tra i vantaggi c'è dunque anche una riduzione dell’inquinamento ma «quando si lavora insieme vengono fuori nuove idee, quindi bisogna cercare il giusto equilibrio».

Di certo sembra che gli italiani si stiano preparando per quello che sembra una mutazione permanente del modo di lavorare: secondo il sito di ricerca immobiliare Idealista «la pandemia ha rilanciato la domanda di case in campagna, rustici e casali nelle aree provinciali, nei borghi e nei piccoli comuni con un incremento delle ricerche pari al 29% rispetto al periodo pre-Covid». «Le campagne del bresciano e dell’alessandrino sono fra le zone più ambite. Concentrando l’analisi sulle zone di riferimento per quanto riguarda l'offerta di proprietà rustiche si rilevano richieste più che triplicate in provincia di Brescia (268%) e Alessandria (241%). Piùche raddoppiate invece le richieste in provincia di Asti (136%), Verona (129%), Viterbo (123%) e Brindisi (100%). Nelle altre 27 province monitorate solo 9 registrano un raffreddamento del mercato, tutte le altre segnano incrementi da Firenze (89%) a Matera dove l'interesse degli acquirenti è rimasto invariato rispetto al periodo pre-Covid.

 «Il ricorso sempre più massiccio allo smart working - osserva Vincenzo De Tommaso dell’Ufficio studi di Idealista - sta spingendomolte persone a ripensare alle proprie esigenze abitative post lockdown, così le proprietà rurali hanno registrato un’impennata durante la primavera ed estate. I piccoli centri potrebbero costituire una valida alternativa per garantirsi un ambiente di elevato standard di vivibilità grazie a spazi ampi e aperti, a prezzi decisamente più contenuti delle grandi città».

 

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