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Alla scoperta dei fortini di Pantelleria e Lampedusa

ROMA Occhieggiano sulle coste in posizioni strategiche con panorami mozzafiato, ben mimetizzati con i colori della pietra locale, memorie di cemento - quasi indelebili - del passaggio della guerra. Sono i “fortini” realizzati sulle isole di Pantelleria e Lampedusa, oggi riscoperti come importante patrimonio culturale dopo un lunghissimo oblio con percorsi escursionistici di conoscenza tra storia e natura. Le vestigia belliche sono così tornate al centro dell’attenzione degli enti che gestiscono le aree protette, come occasione per un turismo consapevole e originale.

Sentieri della memoria

Il Parco Nazionale di Pantelleria ha dedicato uno specifico approfondimento alle “tracce di guerra”, creando una rete di sentieri che portano ad alcune delle postazioni più interessanti: Punta Spadillo, Monte Gibele, Fossa del Russo, Balata dei Turchi e Punta Li Marsi. Luoghi che consentono ai visitatori di compiere uno straordinario tuffo nel passato e che hanno mantenuto inalterata l’emozione dei tragici eventi che li hanno visti protagonisti.

La blindatura del Canale di Sicilia

Il 9 maggio 1936 Benito Mussolini proclamava la sovranità italiana sull’Impero d’Etiopia. Nel progetto espansionistico del regime fascista, il Canale di Sicilia - con le isole di Pantelleria e Lampedusa - tornava ad assumere l’antico ruolo strategico per il controllo del Mediterraneo. Iniziavano così i lavori per trasformare le due isole in una roccaforte inespugnabile. Il piano prevedeva, per Pantelleria, la realizzazione di un campo d’aviazione e di una strada di collegamento tra le molteplici postazioni di difesa e le strutture logistiche disseminate su tutta l’isola. L’obiettivo era quello di trasformare Pantelleria in una sorta di grande “portaerei” per fronteggiare i poli militari nemici del presidio aeronavale inglese a Malta e di quello francese a Biserta in Tunisia.

Migliaia di soldati e operai

Tra il 1936 e il 1937 il progetto di fortificazione portava grandi vantaggi all’economia isolana (sbarcavano oltre 5.000 persone tra militari e operai specializzati). Il 18 giugno 1938 Mussolini in persona si recava a Pantelleria per visitare l’aviorimessa sotterranea - unico esempio del genere al mondo, con progetto attribuito a Pier Luigi Nervi - capace di offrire rifugio ad una flotta aerea di oltre 80 velivoli. Ma il piano complessivo di fortificazione rimase incompleto, sia per la stringente crisi economica che per lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale. Nel 1941, quando l’attacco a Pantelleria diventava reale, si cercò di correre ai ripari (ma i difficili collegamenti con la terraferma impedirono l’arrivo sull’isola delle indispensabili armi di grosso calibro).

Durissimi bombardamenti

Il 4 novembre 1942, l’esito della battaglia di El Alamein in Egitto, segnava le sorti della Seconda Guerra Mondiale con il passaggio del Nord Africa sotto il totale controllo degli Alleati anglo-americani. Il Canale di Sicilia si trasformava nella prima linea. Considerata però la fortificazione e i rischi di pesanti perdite in caso di attacco via mare e via terra, gli Alleati preferirono attuare una strategia di conquista basata su martellanti bombardamenti aerei che ebbero inizio l’8 maggio 1943 e si protrassero senza interruzione per ben 35 giorni. La popolazione trovò scampo nelle campagne, mentre gli 11 mila soldati presenti sull’isola si rifugiarono all’interno dell’hangar sotterraneo vicino all’aeroporto. L’11 giugno 1943 il comandante militare dell’isola, l’Ammiraglio Gino Pavesi, decise di arrendersi agli Alleati ancor prima di aver ricevuto l’autorizzazione a farlo da parte di Mussolini. Così lo sbarco degli Alleati non incontrò alcuna resistenza. Furono fatti prigionieri 11.621 soldati italiani e 78 tedeschi. La resa di Pantelleria lasciò una scia di polemiche, ma molti riconobbero come fosse stata l’unica scelta percorribile e la più sensata per evitare una carneficina (oltre alle 44 vittime dei bombardamenti).

Gli scontri aeronavali

Anche l’isola di Lampedusa costituiva una posizione strategica per il controllo delle rotte di rifornimento del Mediterraneo centrale, con la la flotta italiana impegnata nel sostegno agli eserciti italo-tedeschi in Nord-Africa (fino a quando non ne furono cacciati), mentre la flotta inglese aveva il compito di contrastare tale azione e di rifornire Malta e l'esercito alleato in Nord-Africa. Da ciò ne scaturirono diversi scontri aeronavali nel Canale di Sicilia, che hanno lasciato sui fondali numerosi relitti di navi militari e civili, su alcuni dei quali è ora possibile effettuare immersioni subacquee. All'epoca anche Lampedusa costituiva quindi un importante punto di riferimento per i convogli italiani e per questo furono realizzate varie fortificazioni per impedire possibili sbarchi nemici.

Il grande attacco

L’assalto a Lampedusa avvenne tutto in una volta fra l’11 e il 12 giugno 1943, un mese prima dello sbarco in Sicilia: dopo un intenso bombardamento, ingenti forze alleate conquistarono tutte le Isole Pelagie. Le postazioni difensive erano numerose - in anni recenti il ricercatore Graziano Ferrari ne ha censite 44 ancora esistenti - ma sono solo una parte delle vestigia belliche originarie, considerato il fatto che dopo la guerra, secondo i dettami dell'articolo 49 del Trattato di Pace firmato a Parigi, l'isola di Pantelleria e le Pelagie dovevano essere smilitarizzate. Per questo motivo, numerosi fortini sono stati minati e demoliti o gravemente danneggiati.

Una nuova vita

Le murature di pietra e malta dei “fortini”, grazie ad una fattura assai accurata e molto pregevoli anche esteticamente per la perizia nella lavorazione della pietra locale, che garantiva anche una perfetta mimetizzazione delle casematte, hanno resistito al passare del tempo e agli attacchi delle intemperie e dei marosi. In rari casi alcune delle strutture minori e defilate, con uno stringente parallelo con le guerre contemporanee che innescano i flussi migratori attraverso il Mediterraneo, sono state utilizzate come alloggi di fortuna da clandestini che sono riusciti a sbarcare eludendo la sorveglianza. Ora queste postazioni attendono un nuovo futuro, di riscatto dal degrado e di recupero della memoria. Un monito contro la follia della guerra, lanciato con la vista infinita sul mare.

LORENZO GRASSI

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