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Istat: Il Covid ha accentuato il divario sociale

Istat

ROMA È un 2020 con tantissime ombre, quello tracciato dal rapporto annuale dell'Istat, presentato oggi a Montecitorio, alla presenza del Presidente della Camera Roberto Fico. Un anno segnato, come nel resto del mondo, dagli effetti della pandemia. Ma il Paese ai tempi del Covid-19, si è riscoperto più coeso e fiducioso nelle istituzioni rispetto al passato, anche se il virus ha accentuato le divisioni tra Nord e Sud, e tra le classi sociali.

Il primo dato complessivo riguarda l'economia: per il 2020 è previsto un forte calo dell'attività diffuso su tutte le componenti settoriali. Nello specifico, per il Pil si prevede, dopo una flessione ulteriore nel secondo trimestre, un aumento nel secondo semestre dell'anno. Nella media del 2020, il Pil segnerebbe una caduta dell'8,3% rispetto al 2019, derivante dalla contrazione della domanda interna che, al netto delle scorte, contribuirebbe negativamente per 7,2 punti percentuali. Il percorso di ripresa è previsto rafforzarsi nella parte finale dell'anno, producendo un effetto di trascinamento positivo sui risultati del 2021 che, in media d'anno, segnerebbero un ritorno a una crescita significativa del Pil (+4,6%), sostenuto dal contributo della domanda interna al netto delle scorte (4,2 punti percentuali) e in misura più contenuta dalla domanda estera netta (0,3 punti percentuali) e dalle scorte (0,1 punti percentuali). Nonostante il recupero, alla fine del 2021 i livelli dei principali aggregati del quadro macroeconomico risulterebbero decisamente inferiori a quelli del 2019.

Eppure gli italiani hanno avuto un'ottima capacità di reazione, si sono mostrati coesi e hanno recuperato alcuni valori, primo tra tutti quello della famiglia. L'economia ha subito un duro colpo, ma è stata anche capace di immaginare strategie con cui cercare di reagire, sia sul piano organizzativo che su quello tecnologico.  A metà 2020 il quadro economico e sociale italiano si presenta eccezionalmente complesso e incerto. Al rallentamento congiunturale del 2019 si è sovrapposto l'impatto della crisi sanitaria e, nel primo trimestre, il Pil ha segnato un crollo congiunturale del 5,3%; i segnali più recenti includono: inflazione negativa, calo degli occupati, marcata diminuzione della forza lavoro e caduta del tasso di attività, una prima risalita dei climi di fiducia. Le previsioni Istat stimano per il 2020 un forte calo dell'attività economica, solo in parte recuperato l'anno successivo.   Nel 2019 è proseguito il riequilibrio dei saldi di finanza pubblica, ma le azioni di bilancio volte a contrastare la crisi avranno un impatto rilevantissimo sulla finanza pubblica.Una rilevazione ad hoc dell'Istat presso le imprese mostra che i fattori di fragilità sono molto diffusi ed è cruciale la questione del reperimento della liquidità, seppure emergano elementi di reazione positiva. Il segno distintivo del Paese nella fase del lockdown è stato di forte coesione. Questa si e' manifestata nell'alta fiducia che i cittadini hanno espresso nei confronti delle istituzioni impegnate nel contenimento dell'epidemia e in un elevato senso civico verso le indicazioni sui comportamenti da adottare. Nonostante l'obbligo di restare a casa, emerge l'immagine di una quotidianità ricca ed eterogenea, in cui la famiglia ha rappresentato un rifugio sicuro per molti, ma non per tutti. Le restrizioni non hanno impedito alle persone di dedicarsi alle relazioni sociali, alla lettura, all'attività fisica e ai tanti hobbies, consentendo di cogliere anche le opportunità che la maggiore disponibilità di tempo ha offerto alla gran parte della popolazione.

Dal rapporto emerge anche che precarietà, part time involontario e conciliazione dei tempi di vita, resa ancor più difficile dalla chiusura delle scuole e dalla contemporanea impossibilità di affidarsi alla rete familiare, rischiano di amplificare le disugualglianze. «L'elevato tasso di irregolarità dell'occupazione - più alto tra le donne, nel Mezzogiorno, tra i lavoratori molto giovani e tra quelli più anziani - nella crisi è fonte di fragilità aggiuntiva per le famiglie». Aumentano le disuguaglianze per le stesse categorie anche sotto il punto di vista della qualità del lavoro. Con maggiore frequenza si tratta di lavoratori a tempo determinato e a tempo parziale, specie involontario, che occupano posizioni lavorative ad alto rischio di marginalità e di perdita del lavoro. Tra le donne, inoltre, è alta, anche se non maggioritaria, la diffusione dei cosiddetti orari antisociali - serali, notturni, nel fine settimana, turni - che assumono grande rilevanza per la qualità del lavoro e la conciliazione con la vita privata. Piu' di due milioni e mezzo di occupati - di cui 767mila donne - dichiarano infatti di lavorare di notte; quasi cinque milioni - di cui 2 milioni donne - prestano servizio la domenica e oltre 3,8 milioni - 1 milione e 600mila donne - sono soggetti a turni.

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