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Io, ultima ruota del carro nella notte di quel parto

i 20 anni di metro

Non ero seduto sulla sedia, ma sullo scatolone che la conteneva ancora in attesa di essere montata, come gran parte del resto dell’ufficio. Era giugno del 2000 e con gli occhi sgranati e l’emozione a mille stavo assistendo, anzi partecipando, ad un evento allora raro e in qualche modo storico per l’Italia: la nascita di un nuovo quotidiano.

Io ero l’ultima ruota del carro, uno stagista appena uscito da una scuola di giornalismo, e vedevo muoversi intorno a me un mondo che volevo fosse il mio. Già non ero più un ragazzino, ma l’entusiasmo e una sorta di ingenuità non mi hanno mai lasciato, per cui partecipavo con tutto me stesso a quello che stava accadendo, pregustando la possibilità di raccontare ai lettori ciò che succedeva nel mondo. Non era la prima volta per me in una redazione, ma stavolta, a differenza delle altre occasioni, pur essendo l’ultima ruota del carro ero pur sempre una ruota, e in puro stile Metro nessuno si sognava di lasciarmi ai margini, ma anzi pretendevano da me tutta quella professionalità che in realtà fino ad allora avevo acquisito più con lo studio che con la pratica. E quindi vent’anni dopo posso confessare che le gambe un po’ mi tremavano. Si può forse immaginare il compiacimento che provavo, ma anche il timore di prendere parte alle riunioni di redazione, col direttore, i caporedattori e tutti i colleghi: momenti in cui si discuteva di quello che era successo nel mondo per decidere cosa meritasse di essere raccontato, ma si facevano anche le pulci agli errori e alle lacune del giorno prima, e chiaramente ogni giorno non potevo che attendere con preoccupazione quella riunione, in cui però posso dire di aver imparato molto, e alla fine tutto sommato sofferto poco.

Ma prima ancora delle riunioni per fare il giornale c’era un giornale “da fare”. I giorni che precedettero l’uscita di Metro furono frenetici, e tutto si muoveva vorticosamente intorno a me. L’ufficio veniva fisicamente montato, ma intanto andavano assegnati i compiti e soprattutto dovevamo imparare come fare questo giornale: non era infatti un quotidiano come tutti gli altri, era una piccola rivoluzione. Era figlio di una multinazionale e aveva regole del tutto nuove per l’Italia. Sarebbe stato il giornale gratuito che da vent’anni vi accompagna tutti i giorni. Sarebbe stato un giornale con i fatti raccontati in modo sintetico e non mescolati con opinioni, e questa - fidatevi - è già una sfida per un giornalista, e tanto più per uno in erba come ero io: e se il direttore avesse pensato che non ero stato obiettivo?

E poi la dimensione internazionale: a mettere su la redazione c’erano in quei giorni giornalisti da tutto il mondo, soprattutto svedesi e danesi, che ci dovevano insegnare come doveva essere Metro. Avevo quindi la possibilità di respirare un’aria internazionale ed effervescente che mi riempiva di eccitazione e di responsabilità. Anche perché poi a dire il vero il loro stile era davvero diverso da quello italiano e per certi versi sicuramente ottimo per il giornale veloce e serio che volevamo fare, ma poi c’erano anche degli adattamenti culturali che era necessario applicare. Ricordo diversi episodi in cui le idee nord-europee erano davvero poco adatte a noi italiani, e stava al direttore farlo capire ai nostri “insegnanti”. E già, perché vai a spiegare che i nostri sistemi di trasporto non sono proprio identici ai loro, che gli interessi degli italiani potrebbero non coincidere in tutto con quelli degli svedesi, che l’età del nostro pubblica poteva non coincidere con quella scandinava, che persino gli orari di vita sono diversi. Per non parlare del sense of humor non sempre esattamente sovrapponibile. Ricordo che avevamo una rubrica di interviste da fare in chiave ironica a personaggi che il giorno prima avevano fatto qualche bizzarra “sparata”: beh, passammo giorni a discutere su cosa poteva funzionare e cosa no, perché noi dovevamo essere rodati, ma le idee di comicità che avevano gli scandinavi… beh, ve le lascio immaginare.

Con l’ufficio in allestimento poi ci dovevamo arrangiare, e così affrontammo i nostri primi servizi coi telefoni personali, che vent’anni fa non erano certo gli smartphone di oggi. Con la fatica di dover presentare ogni giorno la nostra novità agli interlocutori, di cui in alcuni casi bisognava superare la diffidenza e l’incredulità. Oppure c’era da andare in giro per sentire le opinioni di voi lettori sul tema del giorno: quanta fatica quotidiana per convincervi a pubblicare le vostre foto! Compito che nei primi tempi indovinate a chi toccava, se non allo stagista?

Ma ce l’abbiamo fatta, ed ora vent’anni dopo posso guardare indietro a questi vent’anni che tanto hanno contribuito alla mia formazione: a quei giorni in cui doveva uscire il primo numero e anch’io, nel mio piccolo lavoravo a questo grande progetto, vedevo nascere il giornale, dalle prime idee alla sua impaginazione, nell’attesa impaziente che le rotative “sputassero” fuori questo benedetto primo numero. Che ancora conservo.

OSVALDO BALDACCI

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