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I Casamonica al telefono «Noi proteggemo Roma»

ROMA La Polizia di Stato ha sferrato un nuovo colpo contro la famiglia Casamonica. Dall’alba di ieri oltre 150 agenti dello Sco, della Squadra Mobile e del commissariato Romanina hanno esguito 20 ordinanze di custodia (15 in carcere e cinque ai domiciliari) nei confronti di altrettante persone appartenenti alla famiglia di origini Sinti, attiva nel quadrante Sud Est della Capitale. Tra i reati contestati ci sono l’estorsione e l’usura. Le indagini, coordinate dal procuratore di Roma Michele Prestipino e dai pm Edoardo De Santis e Giovanni Musarò, hanno portato anche al sequestro preventivo di un “tesoretto” da 20 milioni di euro. Tra i beni sottratti c’è una villa in via Roccabernarda, ultimo immobile rimasto ancora in mano alla famiglia nel quartiere Romanina, zona considerata la storica roccaforte del clan. Ma nel patrimonio sequestrato figurano anche 140 conti bancari, beni immobili sparsi trala provincia di Roma e Viterbo, quote di società, attività commerciali, tra i quali un distributore di benzina e un bar tabacchi.

Intercettazioni e testimoni
«Perché i Casamonica proteggono Roma, invece hanno stufato. I napoletani vonno entrà, la camorra vò entrà a Roma e i calabresi vonno entrà a Roma, je dà fastidio perché noi proteggemo Roma». Questa frase, intercettata dagli investigarori che ieri hanno inflitto un nuovo duro colpo alla famiglia Casamonica, riflette la logica perversa del clan, che in qualche modo si poneva come argine ai “poteri forti” della criminalità.

Così Guido Casamonica, figlio di Ferruccio, si lamentava dei provvedimenti giudiziari emessi nei confronti di altri membri del sodalizio. Non a caso la maxi operazione della polizia è stata ribatezzata “Proteggiamo Roma”.

Nell’ordinanza di custodia cautelare, firmata dal gip Szusa Mendola, emergono tutte le caratteristiche dell’associazione di carattere mafioso, dalla «sberla educativa» vantata da un affiliato al clan nei confronti di un usurato, data in pieno giorno su una strada affollata, alle testimonianze di quattro collaboratori di giustizia, che hanno contribuito a ricostruire 20 anni di storia criminale attribuibile al clan.

Dalle indagini è emerso che in una nota boutique di via Condotti c’era una commessa dedicata esclusivamente agli acquisti da parte di alcune donne della famiglia. «Loro con le carte di credito non comprano niente. Mi dovete dire come fanno a comprare  tremila-quattromila euro  in un giorno per una borsa, senza aver mai lavorato», ha raccontato una collaboratrice di giustizia. Al clan viene contestata anche la disponibilità di armi.

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