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Pietroiusti: «Al Palaexpo l'emozione dei primi visitatori»

Cesare Pietroiusti Palazzo delle Esposizioni

ROMA Pronti via! Si riparte con la cultura, tra mostre ed eventi. Non fa eccezione il Palazzo delle Esposizioni. Ne parla a Metro il presidente Cesare Pietroiusti che racconta di come lo spazio espositivo di via Nazionale 194 si riorganizza dopo la lunga chiusura, e della capacità di adattamento che le istituzioni museali in genere dovranno dimostrare per superare la difficile congiuntura storica in cui l’emergenza covid 19 ha precipitato il settore.

Come vi siete organizzati per accogliere i visitatori dopo la vostra riapertura del 19 maggio e quali sono stati i primi riscontri?
«Seguendo tutte le misure di sicurezza previste dal governo. Abbiamo adottato tutti i dispositivi di protezione e di sanificazione richiesti, ottemperando alla necessità di distanziamento fra le persone e di accessi limitati, grazie ad un sistema di prenotazione gratuita ma obbligatoria con stampa del biglietto a casa. Certo, i visitatori sono di meno: la prima settimana di apertura la media è stata di 71 persone al giorno, contro le 250 circa di prima della quarantena. Però l’impressione, soprattutto i primissimi giorni, è stata quella di una tangibile emozione dipinta sui volti di chi ci è venuto a trovare, come se stessero scoprendo di qualcosa di nuovo, di segreto».

Crede che la necessità di adottare importanti misure di sicurezza in termini di organizzazione degli spazi possa in qualche modo penalizzare il ritorno ad un flusso di accesso normale rispetto al passato?
«Gli spazi di Palazzo delle Esposizioni sono molto ampi e non creano grossi problemi rispetto all’adozione di misure di sicurezza per la visita alle mostre. Credo, piuttosto, che sarà difficile pensare ad un “ritorno alla normalità” prima della fine della diffusa situazione di incertezza relativa all’andamento dell’epidemia».

Passata questa prima fase di grande emergenza, come crede che evolveranno i progetti di allestimento museale sia per il Palazzo delle Esposizioni che, più in generale, per i musei italiani?
«Penso sia prevedibile una certa difficoltà negli spostamenti delle persone, specie da paesi extra-europei e quindi ci saranno inevitabilmente meno interventi site-specific di artisti. Lo spostamento delle opere non dovrebbe subire ostacoli particolari. L’adozione di misure di distanziamento tra le persone potrebbe invece determinare qualche problema e qualche ritardo nei lavori di allestimento».

Le gravi perdite inflitte dal Covid 19 al vostro settore costringeranno nei prossimi mesi ad un ripensamento dell’offerta: Palazzo delle Esposizioni continuerà ad ospitare le numerose iniziative legate al cinema e alle altre arti non necessariamente “espositive”, o sceglierà un nuovo indirizzo progettuale meno inclusivo?
«Per quanto riguarda le mostre, a Palazzo delle Esposizioni le cose cambiano poco; di nuovo c’è la proroga fino a fine luglio della grande retrospettiva di Jim Dine e qualche settimana di ritardo nell’apertura della mostra “World Press Photo” che, come sempre, parte da Roma prima di un lungo giro fra istituzioni museali internazionali.  A ottobre aprirà, come previsto, la Quadriennale. Il programma cinematografico, di cui siamo molto fieri – ricordo che Palaexpo è l’unico luogo rimasto a Roma che proietta i film in pellicola 35 mm – riprenderà dopo l’estate. Restiamo interessati a creare occasioni di incontro e di ricerca nel dialogo tra le diverse discipline artistiche – e in tal senso abbiamo recentemente sottoscritto un accordo-quadro di collaborazione con Teatro di Roma, per cui prevediamo di co-produrre (come abbiamo fatto nel 2019) il festival di danza sperimentale “Buffalo” che cerca proprio di fare interagire la performance con lo spazio museale di Palazzo delle Esposizioni. Il festival era previsto per giugno, ma è rimandato al momento in cui sarà possibile fare incontrare le persone e gli artisti, il pubblico e i performer, senza doverli tenere distanti fra loro».

A suo modo di vedere, in che modo le istituzioni potrebbero davvero andare incontro alle difficoltà di gestione alle quali vanno e andranno incontro i musei? Si dovrebbe intervenire solo a livello economico o potrebbero esserci altre iniziative atte a risollevare il settore?
«È chiaro che sarà necessario un sostegno da parte del governo nazionale e delle amministrazioni, avendo ben chiaro il fatto che non sono soltanto le istituzioni ad aver bisogno di sostegno economico ma, prima di tutto, le persone che lavorano senza garanzie, i cosiddetti freelance, artisti in primis. A parte la distribuzione di risorse economiche, a mio avviso è necessario saldare urgentemente il lavoro dei musei e delle istituzioni culturali pubbliche in genere con quello delle istituzioni formative - scuole, università, accademie ecc. Soprattutto in una fase in cui gli studenti non possono fare didattica “in presenza”, sarebbe molto importante che le visite alle mostre diventassero a tutti gli effetti assimilabili alle lezioni, consentendo di maturare crediti. Credo insomma che i musei pubblici debbano ottenere, da subito, il riconoscimento come istituzioni formative. Questo sarebbe secondo me fondamentale per avvicinare le comunità locali ai “loro” musei, poiché gli studenti sono non soltanto un pubblico di qualità, ma fondamentali elementi di mediazione rispetto ai genitori, ai loro amici e conoscenti».

L’intero comparto della cultura rischia di andare incontro nei prossimi mesi ad una difficile opera di “risensibilizzazione” verso i propri utenti: quanto crede che saranno importanti le strategie di comunicazione del settore in questo senso per vincere l’eventuale diffidenza delle persone e che cosa si aspetta che debba fare la politica sempre in quest’ottica rassicurante?
«Mi piace il riferimento al “sensibile”. La questione è epocale. Non si tratta soltanto di rassicurare le persone rispetto ai rischi di contagio, né soltanto di assicurare risorse economiche di sopravvivenza dignitosa a tutti. La vera giustizia si raggiunge quando si riesce a distribuire il sensibile, quella ricchezza che, diversamente da quella finanziaria, più si diffonde e più aumenta. Parlo dell’accesso alla bellezza, della possibilità di esercizio del pensiero critico e di considerazione della conoscenza al di là dei confini delle discipline e anche della passione per la costruzione di identità collettive. La ricerca artistica va in questa direzione. Per questo riguarda tutti. Se in pochi se ne rendono conto, vuol dire che bisogna fare di tutto per diffondere questa consapevolezza».

Nell’ottica della riprogrammazione delle attività, ha constatato una maggiore disponibilità da parte degli artisti e degli operatori culturali a collaborare affinché la ripresa avvenga il più velocemente possibile? In senso più ampio, secondo lei questo drammatico periodo potrebbe rivelarsi un nuovo inizio per far nascere un’industria culturale diversa rispetto al passato?
«Sì, mi sembra di cogliere alcuni segnali importanti di desiderio a collaborare, di costruzione di pratiche di comunità, di sforzo di condivisione dello spazio pubblico. Un buon esempio è il Forum dell’Arte Contemporanea, un’organizzazione informale a cui hanno partecipato in queste ultime settimane centinaia di artisti, curatori, amministratori pubblici e altri operatori del settore. Era previsto che il prossimo Forum si svolgesse a ottobre al Palazzo delle Esposizioni. Poiché ciò non sarà possibile il Forum si è auto-organizzato in una serie di tavoli di lavoro online che hanno visto una grande partecipazione, sia qualitativa che quantitativa e che hanno messo insieme una serie di proposte e di richieste che potrebbero non soltanto contribuire alla ripartenza ma anche trasformare positivamente l’intero sistema della produzione culturale e artistica del nostro paese». 

 

 

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