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Covid, in Procura i familiari delle vittime

Coronavirus

Monica: «Mio marito Armando, portato via a me e ai nostri figli dal Covid 19 in un mese...Le notizie trapelano grazie ad Armando: quando ci telefona ci dice che spesso non gli danno da mangiare e che gli hanno tolto il casco per darlo ad altri».. Cristina: «L'ospedale ci ha chiesto aiuto per salvare papà ma si sono dimenticati di avvisarci della sua morte...Ho riconosciuto la salma di mio papà. Ho tergiversato nel riconoscerlo, con l’infermiere che mi metteva fretta: dietro di me una lunga fila di carri per il ritiro delle salme». Diego:«Ho perso due genitori meravigliosi, in pochi giorni...Mia madre ci ha lasciati il 25 marzo alle 23, ma l’ospedale ci ha comunicato il decesso il 26 marzo alle 9:30,  solo perché noi abbiamo telefonato per sapere come stesse».  E' la Spoon River straziante raccolta dal gruppo facebook del comitato «Noi denunceremo» nato nei primi giorni della pandemia per raccogliere dolore e rabbia dei familiari delle vittime del Covid19 che ad oggi ha più di 55000 iscritti.  Stamattina  i rappresentanti del Comitato, l'avvocata Consuelo Locati e il presidente Luca Fusco, in quello che hanno definito il 'Denuncia - day',  sono andati in Procura a Bergamo per presentare i primi 50 esposti. Altri 150 sarebbero in arrivo. Nella scala di responsabilità per il Covid che ipotizzano i rappresentanti del Comitato non sono contemplati gli operatori sanitari, ritenuti vittime di quello che, dice  Luca Fusco, «è stato il fallimento della sanità lombarda nell'emergenza». «Lasciamo lavorare la magistratura - è l'invito di Fusco - magari si scopre che la pandemia era incontrollabile, anche questa sarebbe una verità. Noi vogliamo sapere se si poteva fare qualcosa e, se si poteva e qualcuno non l'ha fatto, allora è colpevole. Si possono ipotizzare mancanze politiche e gestionali - ragiona - non esiste che un medico normale in un giorno solo debba prendere in carico tre pazienti in terapia intensiva. Normalmente per ogni letto ce ne vorrebbero cinque se vuoi lavorare bene e in tranquillità. Se ne arrivano trenta la colpa è del medico o di chi gli fa arrivare trenta pazienti?».

Le storie raccolte dal comitato raccontano molte lacune, assenze e abbandoni. «Dopo la morte di mio padre, per 40 giorni le mie figlie di 9 e 12 anni hanno dovuto vivere ciascuna nella rispettiva stanza, badando a loro stesse. Ats non ha voluto farci i tamponi, chiesti più volte, con la spiegazione che non avevamo sintomi abbastanza gravi- La signora Laura rivive la sua odissea davanti al tribunale di Bergamo -Per evitare di infettarci  ognuno di noi ha vissuto da sole nella stessa casa. Le bambine dovevano lavarsi, vestirsi e giocare da sole, nemmeno tra loro. Quando qualcuno andava in bagno, disinfettavo tutto e chi cucinava disinfettava prima di portare il cibo a pranzo o a cena nelle stanze degli altri. Solo a maggio c'è stato fatto il tampone, siamo tutti negativi, ma non sappiamo se prima siamo stati  positivi».   Il decorso che ha portato alla morte di suo padre è simile a tante storie raccolte sul gruppo Facebook Noi denunceremo: «Papà si è ammalato  il 18 marzo, aveva la febbre alta ma nessuno è voluto venire a visitarlo, nè il medico di base, nè il 118, nè il 112. Dicevano che avere solo la febbre alta non significava avere il Covid. Ma la febbre non scendeva ed è stato curato pensando che avesse un'infezione alle vie urinarie con un antibiotico. Alla fine il medico di base si è deciso a curarlo e, dopo due minuti di visita, ha capito che c'era una polmonite in corso. Abbiamo chiamato il 118, il medico è scappato prima che arrivasse l'ambulanza, penso perché non aveva i Dpi. La sera di Pasqua ci hanno comunicato dall'ospedale di Varese che era morto. Non sappiamo nei 18 giorni di ricovero cosa sia successo, abbiamo chiesto la cartella clinica ma ancora non ce l'hanno data».

Mara sulla pagina Facebook denuncia, dopo la morte del padre, mai visitato e morto dopo un gior o di ricovero dove era arrivato già in gravi condizioni, come l'Ats sia stata latitante: «Ovviamente mia madre ha avuto tutti i sintomi del Covid ( vivendo con mio padre). Nessuno ci ha mai chiamato. Ho passato settimane a chiamare ats, medico di base e Regione Lombardia, nessuno ha saputo aiutarmi. Ho addirittura dovuto segnalare io mia mamma all’ats ed inserirla io nel loro database perché non risultava da nessuna parte. Ci hanno detto che avrebbero chiamato ogni giorno per monitorarci ma non abbiamo MAI ricevuto una chiamata, mai.
È davvero vergognoso. Soprattutto perché avendo la stessa residenza nessuno è potuto andare al funerale, ma allo stesso tempo, per nessuno risultavamo in quarantena.
Di conseguenza il medico non poteva darmi i giorni di lavoro e quindi sono dovuta stare forzatamente a casa dal lavoro. Per concludere io e mia madre siamo riuscite a fare il sierologico e, successivamente, il tampone, soltanto perché la mia azienda, sollecitando il mio rientro al lavoro, ha sponsorizzato il tampone sia a me che a mia madre ( 18 maggio, 2 mesi dopo). Se fosse stato per l’ats, saremmo ancora chiuse in casa con la paura di uscire dopo 3 mesi.

«Per raccogliere le denunce dei parenti, è  stata messa a disposizione un'aula della Corte d'Assise con 8 funzionari, anche per evitare un'attesa troppo lunga. E' stato un bel gesto». L'avvocata Consuelo Locati racconta come uno a uno i familiari delle persone decedute per coronavirus abbiano fisicamente consegnato i loro esposti, tutti a carico di ignoti. «Il loro e' stato il gesto piu' silenzioso ed eclatante che ci possa essere, un gesto che grida».

Tra i punti su cui molti parenti chiedono sia fatta luce c'è la mancata creazione di una zona rossa nella bergamasca. Tra questi Walter Santerboni vicesindaco di Fratelli d’Italia di Valbondione nell’alta Val Seriana: «Il virus insieme all’incapacità di politici e direttori generali mi hanno portato via mio padre di 80 anni. La mancata zona rossa nella bergamasca e un sistema sanitario basato non all’altezza ha portato a tutto questo: Gallera se avesse un po' di coscienza dovrebbe andarsene, e quando Fontana dice di dormire sonni tranquilli vorrei ricordargli che pure mio padre e tutte le vittime stanno dormendo sonni tranquilli da cui però non si sveglieranno più».

Nessuna conferma ufficiale dalla Procura di Bergamo sull'intenzione di sentire, come persone informate sui fatti, il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, il ministro della Salute, Roberto Speranza, e il ministro dell'Interno, Luciana Lamorgese, nell'ambito dell'indagine che riguarda anche la mancata istituzione della zona rossa a Nembro e Alzano Lombardo. Una voce circolata questa mattina in Procura. La procuratrice aggiunta Maria Cristina Rota lo aveva lasciato intendere nei giorni scorsi quando aveva detto: «Da quello che ci risulta la decisione di istituire la zona rossa era governativa».

 

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