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Geopolitica del vaccino Sul Coronavirus sfida globale

Coronavirus

Un bene comune globale e pubblico: così l’Onu e l’Organizzazione Mondiale della Sanità hanno definito il vaccino contro il virus Sars-CoV-19 che sta devastando il mondo. Una mossa preventiva per mettere al riparo da speculazioni l’eventuale farmaco che possa immunizzare i nostri organismi. E intanto nel mondo c’è una gara a trovare il vaccino, e si professa anche grande collaborazione scientifica internazionale. Ma al di là delle parole la situazione reale è assai diversa. Che si trovi davvero un vaccino efficace non è scontato, e comunque i tempi sono lunghi, ben diversi da alcune promesse illusorie che si sono sentite. E soprattutto non ci potrà essere subito il vaccino per tutti, quindi qualcuno lo avrà prima e qualcuno dopo, e questa è una battaglia che non è solo sanitaria, ma ha enormi risvolti economici e geopolitici.

In caccia del vaccino

Bisogna ricordare che questo virus è nuovo, e questo genera una tremenda serie di conseguenze sull’uomo: prima di tutto il fatto che siamo indifesi, esposti al contagio e alla sua rapida diffusione, e anche alle complicanze. Il nostro organismo non lo conosce e quindi non ne è protetto in modo specifico. Scattano sì un paio di reazioni immunitarie naturali, ma non c’è una memoria immunitaria che consenta di applicare la strategia giusta. E se non lo fa il nostro organismo non siamo in grado di farlo neanche noi, peraltro in un tempo breve, di pochi mesi dall’inizio dell’epidemia. Per questo cure vere e proprie ancora non ne esistono (al massimo alcuni farmaci o prassi mediche sembrano un po’ più efficaci in certe circostanze e contro certi sintomi) e allo stesso modo non esiste un vaccino, che è l’unica vera arma definitiva.

Diversi tipi

Tutti in cerca di un vaccino, dunque, ma in realtà esistono diversi tipi di vaccini, e la caccia è contemporaneamente aperta su tutti fronti. Esistono vaccini basati sugli acidi nucleici Dna e Rna (questo è un virus a Rna) che tramite l’iniezione di frammenti di loro sequenze riprodotte in laboratorio vuole stimolare la produzione di anticorpi. C’è poi il lavoro che stimola il sistema immunitario attraverso l’inoculazione di virus inattivati o attenuati (è la tecnica con cui è nata la scienza dei vaccini, e la stanno provando a utilizzare soprattutto in Cina e in India). Si può ricorrere anche a vettori virali e virus-like-particles (Vlp). Infine c’è anche il vaccino proteico, per il quale vengono sintetizzati frammenti di proteine della protezione esterna del virus, e questo serve a creare un moltiplicatore della potenza degli anticorpi. A queste situazioni va aggiunta l’ipotesi di iniettare direttamente gli anticorpi, non solo e non tanto tramite il plasma dei guariti (misura efficace in casi estremi ma complicata) quanto producendo sinteticamente gli anticorpi “giusti” in laboratorio. Nessuno può ancora dire quale tipo di vaccino arriverà prima né quale sarà il più efficace.

Scienza e concorrenza

Questa grande ricerca è la prima che in qualche modo avviene con una grande globalità che è la risposta alla globalità dell’epidemia. "Questa iniziativa è la più grande collaborazione medico-scientifica della storia", ha detto il segretario generale dell'Onu Antonio Guterres presentando il progetto lanciato dalle Nazioni Unite e dall'Oms per accelerare la produzione di un vaccino. Infatti su spinta europea è stata messa sotto il cappello dell’Oms la massima collaborazione in queste ricerche, e gli scienziati si scambiano tra loro molti dati. In questo contesto da gennaio l'Oms sta lavorando con migliaia di ricercatori nel mondo per accelerare lo sviluppo di un vaccino, ha affermato il direttore dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus. Ma alla conferenza di presentazione c’erano due grandi assenti: il presidente americano Donald Trump e quello cinese Xi Jin ping. Due assenze non casuali e non certo minori.

Ricerca

Comunque secondo il monitoraggio dell’Oms, sono circa 120 i potenziali vaccini cui stanno lavorando gruppi di ricerca in tutto il mondo. Otto di questi hanno raggiunto la fase clinica con i test sull’uomo. Ci sono trial clinici di alto livello in fase avanzata in diverse parti del mondo. Lo scambio di dati c’è, ma non va dimenticato che c’è anche concorrenza: bisogna salvare il mondo, ma aziende e investitori vogliono anche vincere questa corsa per ottenere una posizione economica oltre che scientifica di primo piano. E dietro di loro si muovono anche gli Stati, interessati a godere per primi degli auspicati benefici.

La tempistica

La prima cosa che bisogna dire sul vaccino è che c’è da essere fiduciosi nei progressi della scienza, ma non c’è alcuna certezza che il vaccino arrivi davvero. Quindi attenzione anche alle illusioni sulla tempistica. Mediamente ci vogliono dai 5 agli 8 anni per arrivare alle fasi avanzate di sperimentazione di un vaccino, ma c’è ovviamente una corsa contro il tempo che sta facendo saltare le tappe, e ci sono annunci che a volte creano confusione. Ma ogni ipotesi di vaccino dev’essere studiata con criteri rigorosi: bisogna avere il tempo necessario per valutarne l’efficacia ma anche la sicurezza, perché non si può mettere in circolazione un vaccino che faccia più danni del male che si vuole curare. Esistono dei criteri precisi. C’è sempre una fase preclinica di test in vitro e non su umani per valutare la risposta immunitaria e gli eventuali meccanismi avversi. Superata questa fase, può iniziare la sperimentazione clinica sugli uomini, che si compone di 4 fasi, le prime tre prima della diffusione del vaccino, la quarta ancora quando la distribuzione è iniziata. Dei vari progetti in corso, alcuni sono già nelle fasi avanzate, ma comunque ci vorrà tempo per i risultati definitivi. Se alcune dosi potranno essere somministrate in misura maggiore già entro l’anno, si tratterà sempre di episodi sperimentali, o l massimo di stock per situazioni di emergenza. Gli esperti escludono che una vera commercializzazione del vaccino possa arrivare prima del 2021.

La questione della produzione

Anche perché ci sono anche aspetti logistici molto seri da affrontare, quand’anche siano risolti gli aspetti scientifici e quelli di sicurezza. A parte il fatto che ci sono in corso studi importanti sulle modalità di somministrazione del vaccino e sul modo di gestire le dosi, che non sono aspetti secondari (se ad esempio sarà un vaccino orale o a iniezione, e se si tratterà di una sola dose o di più dosi, e per quanto tempo coprirà l’immunità), ci sono in ballo anche aspetti industriali importanti. Quanto sarà facile produrre il vaccino e quanto costerà? Chi avrà le attrezzature e gli impianti adeguati? Come si potrà stoccarlo e trasportarlo, in base a quanto sarà soggetto agli effetti degli spostamenti? A quali quantità potrà arrivare la produzione su larga scala?

A chi toccherà

A questo punto arriva la domanda più scomoda. Il vaccino deve coprire tutto il mondo, non solo per equità ma anche per essere certi che l’epidemia non continui a covare e fare vittime. Ma è impossibile che da subito ci siano le dosi per tutti. Si dovranno fare dunque delle scelte sul da chi cominciare, e se in astratto potrebbe essere giusto dire che si parte dalle fasce più a rischio, già nella scelta delle nazioni non sarà così. Inevitabilmente ciascuno cercherà di avere prima la disponibilità del vaccino per la propria popolazione, e questo non può che avvantaggiare le nazioni più avanzate e più ricche. Ma anche tra di loro scatta una competizione. E sarà avvantaggiato chi ha la ricerca in casa, ma ancora di più chi si è preoccupato di predisporre impianti di produzione e ha investito e finanziato di più. Non a caso gli Stati Uniti hanno investito molti soldi in diverse ricerche e hanno cercato di accaparrarsi la priorità investendo negli sviluppi più promettenti, non solo in patria ma anche in Europa, dove sono stati “respinti” in Germania ma sembrerebbero aver successo in Francia. La cosa riguarda anche l’Italia: tra i vaccini allo stadio più avanzato c’è quello studiato a Pomezia, ma sul quale grazie ai finanziamenti la priorità la ha la Gran Bretagna.  

Il valore economico

D’altro canto il valore economico del vaccino è enorme, anche al di là di quello sanitario. Un enorme valore per l’azienda che lo scoprirà, produrrà, commercializzerà. Anche se tutto avvenisse a prezzi bassi, anche se si facessero accordi fra più gruppi, anche se si dessero vantaggiose licenze in giro per il mondo, chi per primo ha in mano il biglietto vincente non potrà che restare più che soddisfatto, anche visti i numeri che si prospettano. Secondo un calcolo di Morgan Stanley il vaccino potrebbe garantire al suo scopritore fino a 30 miliardi di entrate all’anno nella prima fase di immunizzazione della popolazione mondiale, e poi altri miliardi all’anno nel periodo successivo con gli aggiornamenti. E ovviamente non potranno che averne giovamento anche gli Stati che sono alle spalle della “scoperta”. Ma poi c’è un enorme valore economico dell’uso del vaccino. Vaccinare la popolazione vuol dire tornare alla normalità economica, lavorativa e produttiva, ripartendo senza più incertezze. I primi stati che raggiungeranno l’immunità saranno quelli che prima e meglio potranno riportare la loro economia non solo a livello pre-crisi, ma addirittura a un punto di vantaggio globale rispetto ai competitor che non sono ancora in grado di proteggere i propri lavoratori e far ripartire la propria vita economica e sociale.

La sfida geopolitica

Per questo in realtà dietro la collaborazione internazionale c’è anche una grande sfida geopolitica. Che non esclude nessun soggetto, ma è particolarmente plastica nella contrapposizione fra Cina e Stati Uniti. Le accuse sull’origine del virus fanno parte di questo contesto. Con l’epidemia si sono acuite le tensioni fra Pechino e Washington che riguardano l’assetto economico mondiale, e anche quello geopolitico. Entrambi i Paesi sono a rischio di pesanti ripercussioni per l’effetto epidemia, e chi prima ne uscirà partirà con una forte marcia in più per la ripresa della successiva corsa. Non va sottovalutata la questione prestigio: la corsa al vaccino di oggi può essere forse paragonata alla corsa allo Spazio degli anni Sessanta. E poi ci sono tutti gli altri aspetti più concreti, legati all’economia prima di tutto ma anche alla capacità di decidere chi si gioverà del vaccino e chi dovrà aspettare. Il virus e la risposta ad esso sono davvero in grado di cambiare almeno una parte degli equilibri globali. Per questo Usa e Cina pensano prima a sé e non partecipano con entusiasmo alle iniziative internazionali. E si attivano anche su altri fronti: sia dagli Stati Uniti che dalla Gran Bretagna si sono levate esplicite accuse alla Cina di aver messo in opera una grande operazione di bio-spionaggio per rubare all’occidente i segreti sullo sviluppo dei vaccini. Un altro fronte oltre a quello della ricerca fatta in casa su cui ciascuna a modo proprio spingono con forza i due governi. E l’Europa? Come si diceva è promotrice della collaborazione internazionale e dell’universalità del vaccino, ma dietro le quinte nessuna capitale vuole farsi trovare impreparata e indifesa. Comunque vada, il futuro delle relazioni internazionali passerà dal risultato di questa gara nella corsa al vaccino.

OSVALDO BALDACCI

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