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Bene l'agricoltura, però a salvarci è la ricerca

Maurizio Baruffaldi

Mi è stato girato almeno dieci volte, il video dove Oscar Farinetti racconta la fortuna di nascere in Italia. Davanti al disegno di uno stivaletto che calcia due isole ci ha regalato cifre e confronti che certificherebbero la magia del nostro stivale. Certo, avrei fatto anche una versione dove di fianco al pomodoro di Pachino o il prosciutto di san Daniele ci fosse il puntellare delle stragi e degli abusi di potere pubblico e privato, ma Farinetti tratta della materia da sgagnare e bere, ed è stato bello sentire di quell’incrocio dei venti come un canto corale di sirene. Certo, i dati che snocciola sono un tantino sovrastimati, nel migliore dei casi, ma il ridimensionamento dei numeri non toglie nulla alla sua apologia. E oggi, in costretta quarantena, questa ricchezza culinaria aiuta a consolare. 

Ma non più di quello. Ci siamo forse e finalmente accorti che la vera grande ricchezza si coltiva nei laboratori. E si chiama Ricerca. Camici bianchi con l’occhio teso al microscopico. Dove impazzisce la vita, e dove quella stessa impercettibile vita può togliere la nostra. Abbiamo dovuto accettare il fatto che il vaccino non cresca sugli scaffali della farmacia come il basilico in balcone. Ok, abbiamo la qualità più buona al mondo, ma sappiamo bene che non è niente, non vale nulla, nella scala dei valori vitali. La ricerca salva la nostra specie. E i nostri ricercatori sono un terzo dei tedeschi. Secondo l’ultimo rapporto Anvur 2018 i fondi destinati sono circa 406 euro per abitante, contro la media europea di 656. E in più, «solo una piccola parte dei finanziamenti viene assegnata per merito». Quasi impossibile poi concorrere a  finanziamenti europei. Se non ci credi tu, figuriamoci gli altri: detto così, terra terra. E pure questa, va innaffiata.

MAURIZIO BARUFFALDI

 

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