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Carceri, lo psicologo: «Più arresti domiciliari contro il contagio»

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MILANO Renato Rizzi è medico psicologo consulente per il Sert del carcere di Bollate, Milano.

Dottor Rizzi in queste ultime ore in tante carceri italiane sta scoppiando la rivolta contro la sospensione dei permessi e degli incontri con i familiari per i detenuti inserita nel decreto contro il contagio da coronavirus. Cosa significa per un carcerato avere rapporti con l’esterno?
«Questo divieto impatta sia da un punto di vista pratico che psicologico. I familiari portano ai detenuti abiti e generi di conforto come sigarette o cibo già cotto. Le mense delle carceri sono un po’ povere sia a livello di quantità che di qualità. Spesso sono costretti a cucinare nelle celle qualcosa che comprano con i loro soldi allo spaccio del carcere; quindi vedersi portare un piatto appena preparato offre un po’ di sollievo».

Da un punto di vista psicologico, invece?
«L’incontro con i familiari è l’unico contatto con l’esterno che hanno, l’unico modo per poter partecipare alla vita familiare. A Bollate la metà dei detenuti ha un lavoro fuori e torna in carcere solo a dormire. Ora tutto ciò non è possibile. Hanno perso ogni tipo di reinserimento sociale e anche un modo per guadagnare dei soldi. Inoltre lo stesso diritto alla salute in carcere non viene espletato: non si può scegliere un medico di fiducia e contrattare sulla terapia. Tutto questo porta ad un malessere estremo. La popolazione carceraria in Italia supera le 70 mila persone e una buona parte è composta da anziani».

Questo “isolamento forzato” sta coinvolgendo tutti. Nella stessa situazione dei detenuti, ci sono anche gli anziani nelle case di riposo o coloro che vivono da soli…
«Certo, ma nelle case di riposo la possibilità di far visita ai parenti è rimasta anche se molto limitata».

A quanti incontri ha diritto un detenuto?
«Dipende dal suo regime. In media una volta alla settimana può incontrare i familiari e gli avvocati».

Qualcuno ha proposto di portare Skype nelle carceri. Che ne pensa?
«Penso che sia assurdo: in carcere non si possono far entrare nemmeno i cellulari. E poi, Skype non può offrire un conforto tattile e visivo. C’è da aggiungere che sono state cancellate anche tutte le attività di riabilitazione e reinserimento in carcere. Nessuno entra o esce più. Quindi i detenuti si ritrovano soli e ingabbiati in una reclusione che non si sa quanto durerà. Vivono in una “non speranza”. E anche se stiamo parlando di detenuti, persone che hanno commesso dei reati, i minimi diritti umani sanciti dalla Costituzione devono valere anche per loro».

Dottor Rizzi, come se ne esce?
«Con una estensione degli arresti domiciliari soprattutto ai più anziani e a quanti lavorano fuori durante il giorno. Facendoli restare a dormire a casa loro si eviterebbe anche il rischio di contagio per quanti non hanno il permesso di uscire».

PATRIZIA PERTUSO

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