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Rivolta a San Vittore Bruciati due raggi

Milano

Città  Due raggi completamente distrutti. Due detenuti in overdose da metadone. Oltre 400 persone da ricollocare. Scontri tra agenti di sicurezza e anarchici. È il bilancio della rivolta scoppiata ieri nel carcere di San Vittore e conclusasi solo in serata. Una violenza che ha coinvolto anche gli operatori dell’istituto, alcuni dei quali sono stati presi brevemente in ostaggio. I disordini erano esplosi verso le otto del mattino e hanno coinvolto il 3° e 5° raggio, che è stato bruciato. Dopo alcune cariche della polizia penitenziaria, una parte dei reclusi si è rifugiata sul tetto del carcere e lì è rimasta fino a sera. Distrutto anche l’ambulatorio, dove era custodito il metadone che è stato rubato. Due i detenuti finiti in overdose. Una rivolta scoppiata al grido di “Amnistia” e “Indulto”, ma  le ragioni sono da ricercare nella sospensione di tutti i benefici e dei colloqui con i parenti stabilita dalle norme del ministero per evitare il contagio. Decisioni che hanno però fatto impennare il numero di detenuti, in un carcere, come San Vittore, storicamente sovraffollato. Da giorni gli operatori chiedevano che a  una parte dei carcerati fossero concessi i domiciliari. Inutilmente. La calma è tornata a seguito della trattativa condotta dai magistrati Nobili e Ruta, i quali si sono impegnati a farsi portavoce delle istanza dei reclusi in cambio della fine dei tumulti. an.spa.

L'intervista
Renato Rizzi: «Più arresti domiciliari contro il contagio»

Renato Rizzi è medico psicologo consulente per il Sert del carcere di Bollate, Milano.
Dottor Rizzi, le carceri sono in rivolta contro il decreto per il coronavirus che taglia permessi e visite. Quanto è importante un incontro per un detenuto?
«Questo divieto impatta sia da un punto di vista pratico che psicologico. I familiari portano vestiti e cibi ai detenuti e rappresentano il loro unico contatto con la vita familiare e l’esterno in un momento in cui sono state azzerate tutte le attività all’interno del carcere dal quale non esce o entra più nessuno».
A quanti incontri ha diritto un detenuto? 
«Dipende dal suo regime: di solito almeno uno a settimana con familiari e avvocati».
Come se ne esce? 
«È una situazione di malessere importante in cui si potrebbe pensare ad una estensione degli arresti domiciliari soprattutto rispetto ai più anziani e a quanti, in regime di semi libertà e fine pena, lavorano fuori dall’istituto penitenziario durante il giorno. Facendo restare a dormire a casa queste persone si eviterebbe anche il rischio di contagio per i detenuti che invece non hanno il permesso di uscire». Patrizia Pertuso

 

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