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Petri: «Volevo essere Jack London»

Romana Petri

Strillone di giornali, pescatore clandestino di ostriche, lavandaio, cacciatore di foche, corrispondente di guerra, agente di assicurazioni, pugile, coltivatore e cercatore d'oro, prima di realizzarsi come scrittore di successo. Questo e tanto altro racconta “Figlio del Lupo” (Mondadori. p. 375, euro 19,50) che non è solo la biografia romanzata che Romana Petri ha dedicato a Jack London. Capisci che c’è qualcosa di più profondo che ha smosso questo libro voltapagina.

Da cosa nasce questo amore per Jack London?
«Mio padre mi leggeva i suoi libri sin fa bambina. È il suggello del rapporto tra me e lui».

Una donna che si identifica in un uomo che fa il pugile, il cercatore d’oro. Quanto di maschio c’è in lei, Romana?
«Per il mio senso di bastare a me stessa io dico sempre che sono stata l’uomo della mia vita. Per il resto l’amore per Jack London ha risvegliato in me il senso virile dell’amicizia, della lealtà, oltre che l’amore per la natura e gli animali. Scrivere questo libro è stato un processo di identificazione totale».

Chi era Jack London?
«L’ultimo romantico. Nato poverissimo, diventa ricchissimo, perde tutto.  Lui che non aveva studiato, aveva la quinta elementare, diventa un grandissimo scrittore. A 18 anni aveva già viaggiato, fatto il marinaio, ma sin da giovane, leggeva i libri di avventure. Magari non capiva tutto ma sentiva questa esplosione interna delle parole che mescolate alle esperienze che aveva avuto gli facevano sentire un’urgenza fortissima di narrare».

Ne parla come fosse ancora qui tra noi
«Certo! Se vediamo certe sue fotografie sembrano scattate ieri, l’aria da ragazzo col giubbotto di pelle gettato sulle spalle, alla James Dean».
ANTONELLA FIORI

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