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Herlitzka: «Ogni pièce è un tuffo nell'ignoto»

Roberto Herlitzka Enrivo IV

TEATRO «Personaggi come questi pongono delle grandi difficoltà, perché sono estremamente complessi e sfaccettati. Per renderli al meglio, è necessario scavarli a fondo, essere in grado di far emergere i traumi e i percorsi psicologici che li hanno resi quelli che sono».

A parlare è Roberto Herlitzka, fino all’8 marzo protagonista di “Enrico IV” al Teatro Basilica per la regia di Antonio Calenda.

Nel suo lavoro di caratterizzazione crede le sarà d’aiuto la particolare conformazione architettonica del Basilica?
«Senza dubbio, perché al di là del semplice fascino strutturale, con l’unicità del suo ambiente rappresenta una perfetta metafora del senso di prigionia interiore che vuole suggerire Pirandello».

Secondo lei, a distanza di quasi un secolo dalla sua genesi, qual è il messaggio più importante che quest’opera continua a dare?
«Più che il messaggio, a me stupisce il modo in cui riesce a stigmatizzare certe tare della società prescindendo da un riferimento storico preciso. È questa la sua grande peculiarità».

Dopo 60 anni di carriera, la capita ancora di tremare prima di affrontare la ribalta?
«Certo! Ogni spettacolo è un tuffo nell’ignoto, non sai mai cosa ti riserverà il pubblico. Però è importante che ci sia sempre un po’ di paura, di tensione, perché si trasforma in un motore per non sederti su quello che credi di aver conquistato come attore e ti consente di continuare a creare arte».

Lei che è considerato un maestro e che ha lavorato con i migliori registi teatrali italiani, come crede sia cambiato il suo mondo rispetto a quando ha esordito o rispetto ai fasti degli anni Settanta del secolo scorso?
«Io ho cominciato poco prima che esplodesse la cosiddetta avanguardia, prima, per dire, che Carmelo Bene fosse davvero apprezzato e prima che le grandi compagnie americane sbarcassero in Italia e rivoluzionassero il modo di fare teatro. Provenivo da una scuola “classica” di un grande maestro come Orazio Costa (che però non deve essere considerato erroneamente un conservatore come qualche volta si è fatto) e ho vissuto quegli anni di fermento con grande partecipazione emotiva, stando sempre attento comunque a discernere l’innovazione dalla semplice “moda”: a prescindere da quello che di nuovo si vuol fare, è necessario non smarrire certe basi. Non si tratta mai di cancellare, ma di stratificare. Quello che hanno fatto molti grandi attori e registi. La maggiore libertà espressiva che si ha oggi, è il risultato di quelle sperimentazioni, ma anche della forza della tradizione.

Se le chiedessero chi è stato il miglior collega con il quale ha lavorato, risponderebbe?
«No, impossibile! Ho avuto modo di dividere le scene ed essere diretto da troppi grandi professionisti. Non potrei mai fare un singolo nome».

Come mai un talento raro come il suo ha ricevuto così poca attenzione dal cinema? Cosa l’ha frenata, secondo lei?
«Più che un problema di attenzione nei miei confronti, sono dispiaciuto del fatto che ho lavorato meno di quanto ho voluto per il grande schermo, che io ho sempre amato visceralmente. Ho avuto la fortuna di essere diretto da grandi registi come Bellocchio e negli ultimi anni anche da Sorrentino, ho vinto dei premi, ma sono certo che avrei potuto fare molto di più. Magari sarei dovuto stare attento a curare certi rapporti, essere più propositivi. Ma non mi lamento, sia chiaro. E può sempre arrivare qualche nuova, grande opportunità».

A tal proposito: c’è un film nel quale avrebbe proprio voluto recitare e qual è il regista di cinema che potrebbe o avrebbe potuto valorizzarla al meglio?
«Un mio grande desiderio è quello di interpretare un pianista perché suono per diletto da tempo e mi piacerebbe vedermi in questo ruolo. Prossimamente, senza svelare particolari, coronerò questo sogno e sarò un maggiordomo che suona appunto il pianoforte. Una bella soddisfazione, davvero! Mi sarebbe piaciuto molto lavorare con Ermanno Olmi, lo farei di nuovo e molto volentieri con Bellocchio e sarebbe bellissimo ricevere una chiamata da Woody Allen».

Sempre rimanendo in tema, ma comprendendo anche l’aspetto teatrale: quant’è difficile il rapporto tra i registi e gli attori? E le è mai capitato di avere dei contrasti molto forti con qualcuno?
«Quelli tra registi e attori, attori e registi, sono equilibri molto delicati. Dal mio punto di vista, posso affermare di aver sempre accettato di buon grado le richieste di un regista di cui mi fido, che stimo. E credo che anche al regista faccia bene considerare e mettere in pratica degli spunti o dei suggerimenti datigli da un attore di cui si fida. Quello che succede, per esempio, da oltre mezzo secolo tra me e Calenda. In generale, posso dire con ragionevole certezza di essere stato sempre positivo, anche se, come è normale considerando la lunghezza della mia carriera, qualche contrasto importante non è mancato, ma non credo sia il caso o che sia utile rivangare pochi nomi o poche esperienze negative. Bisogna essere sempre propositivi».

 

 

DOMENICO PARIS

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