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Il virus e la quiete prima della tempesta

Maurizio Guandalini

Malgrado il coronavirus. Attenzione alta ma paura poca. Gli italiani, per i sempiterni sondaggi,  non sono disposti a cambiare le loro abitudini. Che nel telegrafo gergale, azzardiamo, ci va pure bene. Coincide, miracoli della scienza e della tecnica, con gli algoritmi della borsa. Che sale. Tarata a emozione zero. Passerà, e deve passare. La pandemia.  In tranquillità peritoneale. Ad abundantiam, quindi. La marea di valium è da quiete prima della tempesta. Perché non è normale che l’anima coincida con  formule matematiche. Cristiana rassegnazione del fatalismo, va come deve andare. Sicuramente, su milioni di casi, succederà al vicino di casa. E se proprio infetterà me, vedremo il da farsi al momento opportuno. La non paura decantata dagli esperti nasconde la solitudine. L’assenza dell’altra parte, la scienza, che dovrebbe dare le risposte attese. La cura, e  volti pagina. Parlatene con il medico base, consiglia il ministero della Sanità. Che, è chiaro, ha difetto di conoscere l’esercito che foraggia. Trasformato in sentinelle della ricetta e del prontuario diagnostico last minute. A ben guardare, è quel primo anello, il rapporto fiduciario tra cittadino e salute, che manca. Legame, in grande, uscito di strada, con l’accaduto, limite, estremo, in queste ore, della ragazza di 16 anni, nel viterbese, morta il giorno dopo che si era recata all’ospedale, dove gli avevano riscontrato alcuna gravità particolare. Le macchine non sono esaustive. Non danno evidenza. Falliscono nella pretesa egoistica di conoscerti, darti certezze e una simulata tranquillità. Frenare la corsa di malattie rare, di patologie gravi, del virus, vederlo, curarlo, su scala mondiale è una guerra. Di carattere, di comportamento. Di pelle. Cambio radicale di abitudini consolidate. E’ successo con malaria, tubercolosi, Aids. Maggiore igiene, pulizia, protezione. Stile di vita e cibo. La studiosa Ilaria Capua invita a buttare l’occhio alla peste suina che tocca la Cina e dovrebbe preoccupare l’Italia più del coronavirus.

MAURIZIO GUANDALINI

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