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Una immaginaria ruota di casualità

Maurizio Guandalini

Poteva essere una carneficina. La relativa buona sorte ha ridotto gli effetti dell’incidente ferroviario di Lodi. Mentre ci facciamo largo nella discussione aerea sui morti del coronavirus, a casa nostra ci attanaglia un germe peggiore. Conosciuto, ma tollerato. Che vaga in una immaginaria ruota delle casualità. E a chi tocca s’ingrugna. Una lotteria subdola nella quale i viaggiatori si scansano con la speranza non capiti, mai a loro, il peggiore destino.
Uno scambio con problemi, i lavori fatti la notte prima. Il 25 gennaio del 2018, a Pioltello, sempre dalle parti di Milano, si spezzò la rotaia per una manutenzione alla carlona. Una tavoletta di legno unita al ferro. La morale del giorno dopo non serve. L’errore ci sta. Rientra nei limiti umani che qualsiasi prevenzione, anche la più puntigliosa, possa sconnettersi. Così come non ci passa per l’anticamera del cervello discutere la tecnologia dei treni superveloci. Che, però, sono stati spremuti oltre misura. Decine di corse in più su binari e linee rimaste quelle, superaffollate, intasando così il traffico e provocando rotture, ritardi, fermi improvvisi. Il limite dell’alta velocità ricongiunge il suo male con le condizioni sgangherate dei treni pendolari. 
L’incidente di Lodi avviene a fianco di una linea, la Milano-Mantova, tra le più scassate del Paese. Da decenni si annunciano treni nuovi che arrivano con ritardo, o risistemati o un nuovo già vecchio di alcune stagioni fa. E viaggiano su tratte a binario unico, in attesa che il miracolo del raddoppio si materializzi. Gli intoppi sono continui, gli stop non si contano, l’isterismo del bravo e buono viaggiatore è paragonabile agli ammutinati del Bounty. 
Vien da ridere quanto sento autorevoli profeti del green inneggiare al trasporto pubblico. Che non è una alternativa ma un obbligo  per milioni di pendolari. Si parla di 120 miliardi di opere lì ferme, pronte da fare. Oltre le ferrovie sono da mettere in sicurezza migliaia di ponti, viadotti e scuole. Quando mandiamo in pensione l’Istituto parolaio della propaganda?

MAURIZIO GUANDALINI

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