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Quello sdegno su una frase infelice

Maurizio Baruffaldi

La bellezza come prima qualità e il passo indietro come seconda. Per meritarsi il palco di Sanremo. Pure mia figlia minorenne è arrivata tutta indignata con un: - Hai sentito cos’ha detto Amadeus? -. Che palle! Che paese bigotto, da qualunque lato lo si guardi. Certo: è bigotto anche questo sdegno amplificato intorno a una frase infelice di un tizio allenato a fare il cerimoniere televisivo. La sua intenzione era impiegatizia: doveva spiegare perché fosse lì questa ragazza. E le prime ragioni sono quelle: è bella, ed è la fidanzata di un fuoriclasse amato da tutti. Le sicure e altre qualità di Francesca Sofia Novello si scopriranno, magari faranno dimenticare che è la fiamma del Dottore; ma stiamo parlando di Sanremo, dello Zecchino D’oro dei grandi. Al quale ci aggrappiamo ogni anno, per mostrare qualcosa di pomposo, aggregante, ferocemente italico. Amadeus, nonostante questo nome da gigante, è un maggiordomo, di consumato mestiere, e a mio parere di una simpatia naturale, ma il mezzo è quello. Le parole che ha sono poche, e sul momento non gliene sono venute di più corrette per presentare questo gran bel pezzo di figliola, che sicuramente ha carattere da vendere. Ma ormai basta l’insignificante ad aprire la tempesta del balbettio social, o della stampa, che pari sono, visto che si alimentano a vicenda. La formula è lineare: deformare, a nostra immagine e somiglianza. Quindi aggredire e denigrare. Per questo il mio Mi piace va a questo mare di sardine che ha invaso Bologna. Perché sono dal vivo e contro, ma senza bava alla bocca. E infatti parecchi ciceroni si sforzano di affossarli per la mancanza di un programma politico e per l’inadeguato candore. Pioggia su un terreno arido, li definiti Guccini, poeta cantante che non potrebbe mai frequentare l'Ariston; ma i versi necessari li aveva già scritti Montale: Non domandarci la formula che mondi possa aprirti/ sì qualche storta sillaba e secca come un ramo./ Codesto solo oggi possiamo dirti,/ ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

MAURIZIO BARUFFALDI

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