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Franceschini: «Alice la mia opera più folle»

PARMA Ha un passato da bassista rock e un presente da compositore accademico di grido. Ha appena vinto il Leone d’Argento alla Biennale di Venezia. Ma Matteo Franceschini, trentino, 40 anni, da 15 trapiantato a Parigi dove ha studiato al prestigioso IRCAM, ha anche un’inclinazione molto forte a comporre opere per bambini e ragazzi.

Proprio in questa veste, mercoledì 4 dicembre, inaugurerà con Alice, tratta dal capolavoro di Lewis Carroll, la bellissima stagione “RegioYoung”, con cui il glorioso Regio di Parma si rivolge al pubblico dei più piccoli puntando con intelligenza, sensibilità e coraggiosa regolarità su opere nuove. E nuova, sostanzialmente, è questa Alice: si tratta della prima assoluta in forma scenica di un lavoro che, in una versione semi-scenica e più lunga, ha già visto la luce a Parigi nel 2016 (a Parma è programmata mercoledì 4 e giovedì 5 dicembre alle 10 per le scuole, venerdì 6 alle 10 e alle 14.30 ancora per le scuole, infine sabato 7 alle 15 e alle 18.30 per le famiglie, info su www.teatroregioparma.it). Coproduce l’Orchestra Haydn di Bolzano e Trento.

Per Franceschini è il ritorno italiano all’opera per i più piccoli dal 2015, quando decine e decine di migliaia di studenti cantarono in coro brani del suo Milo e Maya attorno al mondo, un successo europeo composto per Aslico-Opera Domani e vincitore del Fedora Prize del 2015. «Un’esperienza», racconta a Metro l’interessato, «da far venire le lacrime agli occhi».

Franceschini, questa Alice era già stata data a Parigi in forma semi-scenica nel 2016. A Parma però sarà una cosa diversa. In prima assoluta come allestimento vero e proprio.

«Sì. Là, alla Philharmonie, era in versione più lunga e con un organico diverso. A Parma sarà per ensemble di 18 strumenti (l’Orchestra del Liceo Bertolucci diretta da Stefano Franceschini, che non è parente, ndr) e cinque solisti, mentre a Parigi era per orchestra di 90 elementi, coro di bambini, attori e 5 solisti. Qui a Parma però c’è una vera regia, di Caroline Leboutte, il libretto di Edouard Signolet è tradotto in italiano, e dal punto di vista drammaturgico è molto più pregnante. Ho tolto alcune sequenze ed ora è più asciutta, funziona ancora meglio (dura tra i 65 e i 70 minuti), mentre dal punto di vista musicale è una versione più intima, cameristica».

È un’opera per bambini in che senso, esattamente? E che cos’è per lei il teatro d’opera per bambini? Una cosa molto importante, si direbbe, visti i molti titoli da lei composti nel genere: Les Epoux, Patoussalafois, Zazie (da Zazie nel metrò, il capolavoro di Raymond Queneau), Milo e Maya attorno al mondo

«…e l’anno scorso Poucette, cioè Pollicina. Il teatro per ragazzi è stato una palestra importantissima, per me come compositore. Cominciai a fare teatro proprio con un progetto per ragazzi e da allora ho capito due cose. Una: il pubblico dei giovanissimi è estremamente esigente, non ti perdona nulla, tutto deve essere preciso e pregnante drammaturgicamente, se no cade l’attenzione. Due: I ragazzi non hanno barriere estetiche o culturali, possono accettare gli elementi più profondi. Non hanno filtri, insomma, possono accettare, per esempio, la poliritmia che fa parte del mio linguaggio compositivo…»

Anche i ritmi rock, per esempio. Ci sono anche quelli, in Alice?

«In quest’opera ho trasfuso tutto quello che io musicalmente sono. Ma voglio dire che non scrivo per un pubblico di ragazzi. Se l’Opera è fatta in un certo modo, e non intendo dire per forza “bene” o “male”, può essere tranquillamente adatta dagli zero ai cento anni. Non faccio melodie iper semplificate, mi sembrerebbe di sminuire il mio lavoro di compositore e di sottovalutare la capacità dei ragazzi di ascoltare musica anche complessa. Sono capacissimi, invece. Non esiste che si debba “abbassare” la propria arte. Io resto me stesso, cambia solo l’uditorio. Fondamentale è che io debba sentirmi libero di comporre, senza costrizioni. L’apertura all’ascolto dei ragazzi mi permette di testare la forza di una proposta musicale, che sia un recupero di un linguaggio tradizionale, o jazzistico, o una sperimentazione di sequenze all’interno di una scrittura ostica…».

In Alice, per esempio?

«Proprio in Alice, la sequenza del thè e del cappellaio matto inizia con una specie di fanfara che, in linea con la follia dei personaggi, diventa sempre più sfaccettata, abbiamo la sensazione di assistere a una alterazione dei sensi dei personaggi. La fanfara da classica sembra suonare tutta “stonata”: in realtà lavoro su un’apertura armonica che porta alla microtonalità».

Che lavoro è, in buona sostanza?

«Questa Alice è il progetto nel quale mi sono concesso una libertà di scrittura senza freni. Leggendo il romanzo, mi sono accorto che è un flusso continuo, un’idea ne genera un’altra, ed ognuna è legata ad un vissuto, e anch’io ho voluto portare questo bagaglio sonoro al servizio dell’Opera, con grammatiche musicali diverse. Un pizzico di follia, più che in ogni altro mio lavoro. Una tavolozza di colori».

La regista, la belga Caroline Leboutte, è la stessa di Milo e Maya attorno al mondo, che lei compose per Aslico-Opera Domani e vinse il Fedora Prize nel 2015. Le piace lavorare in team?

«Quando si ha la possibilità di avere collaboratori con i quali si lavora bene, la sfrutto volentieri. È un piacere immenso, quando funziona bene».

Quella dell’opera per i ragazzi è un’attività di grande respiro, con numeri da capogiro, ed esperienze come quella di Milo e Maya lo dimostrano. Ma bastano? Che futuro ha l’Opera in un Paese come il nostro, dove l’educazione musicale sparisce dopo la terza media?

«Sono iniziative utilissime, necessarie, ma non sufficienti. Il servizio che compositori ed organizzatori rendono al pubblico non sarà mai sufficiente. Ci vogliono anche la scuola e la famiglia, insomma un ambiente che porti il pubblico ad istruirsi e a crescere. E sarebbe necessario che, accanto ai capolavori della tradizione, trovassero sempre più spazio le opere nuove. Certo, io sono parte in causa. Ma per il pubblico dei ragazzi, mi creda, ha la sua importanza che chi ha scritto la musica sia vivente, e conosca il loro stesso vissuto».

SERGIO RIZZA
Twitter: @sergiorizza

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