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«Il mio Joe5 è un clone, ciò che resta dell’uomo»

Milano/Teatro

MILANO Un po’ teneri, un po’ mostruosi. Fatti rigorosamente a mano lavorando la gommapiuma, incarnano i compagni (ma anche gli incubi inconsci) di Duda Paiva. Sono quei pupazzi - riduttivo chiamarli così perché in realtà sono veri attori con cui interagiscono  - che lui e la sua compagnia portano sul palco  del  Verdi domani e sabato con “Joe5”.

Signor Paiva, chi è Joe5?
«È un “clone umano”,  ciò che sta tra lui e il suo viaggio per essere vivo. Non importa se sia fatto di carne, ossa o fili e intelligenza artificiale: le storie che crea lo definiscono un essere umano. Lungo la strada incontra personaggi fantastici, forme di vita aliene, incontri che definiscono la sua impronta in un mondo futuro».

Altri pupazzi?
«Nello spettacolo ci sono cinque personaggi animati. Un insetto di niobio, un essere dorato, un calamaro gigante, Joe1 e poi il personaggio 5 che è animato da luci, suoni, proiezioni e fumo: tutto questo è ciò che chiamiamo “la macchina”».

Stavolta porta in scena addirittura la paura dell’estinzione della razza umana...
«In questo nuovo assolo viene esplorata l'ambientazione di un mondo post-apocalittico e l'umanità viene messa in discussione. Invece di nascere, l'uomo è progettato da un sistema extraterrestre che crea un perfetto neo-umano: eternamente giovane, infinitamente modificato.  Ma la perfezione e l'immortalità valgono la pena, sapendo che dobbiamo rinunciare a tutto ciò che ci rende umani?».

PATRIZIA PERTUSO

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